Perché indossare la mascherina è un atto di libertà individuale?

Il mese di settembre è spesso considerato la tappa conclusiva dell’estate, quella dell’ordinario e temuto “ritorno alla routine” di cui in questo 2020 non si può propriamente parlare. In nome di una qualche normalità da preservare si è deciso, in realtà, di riaprire locali e discoteche, di partire per l’estero e di affollare le strade per saluti e aperitivi, secondo una logica che tenta però di risolvere il problema sanitario fingendo che sia solo un brutto ricordo, o che addirittura non sia mai esistito: un ragionamento tanto semplicistico quanto sconvolgente, al punto da rasentare il negazionismo. È proprio qui che sorge un interrogativo – apparentemente – inevaso: nell’era dell’informazione veloce è ancora possibile parlare di negazionismo?

La domanda resta aperta, nonostante la cronaca delle ultime settimane sembri avere già trovato una risposta: qualche giorno fa un gruppo di persone si è riunito in piazza Bocca della Verità, a Roma, per manifestare contro la «dittatura sanitaria» imposta dal governo per contrastare la diffusione del COVID-19; proteste di tenore simile, oltretutto, hanno avuto luogo in gran parte d’Europa, dalla Spagna alla Francia e passando per Berlino, dove alla fine di agosto la polizia ha disperso un corteo di 18.000 persone per mancanza di distanziamento. Ciò che recriminano i e le seguaci di simili leghe anti-mascherina è l’intenzione, da parte dei governi, di strumentalizzare le direttive sanitarie per controllare e mettere a tacere le masse: indossare una mascherina, in quest’ottica, diventerebbe un tentativo di ammutinamento della libertà popolare, al quale rispondere anche con atti estremi come quello (in verità malriuscito) di dare fuoco ai dispositivi di protezione individuale.

Del concetto di libertà si discute in tal senso già dal 1865, quando il filosofo britannico John Stuart Mill diede alle stampe il Saggio sulla libertà, opera celeberrima che è stata tradotta nel 2014 da Il Saggiatore. Al suo interno l’autore sottolineava l’importanza della libertà individuale e d’espressione, ricordandone al contempo un presupposto fondamentale: mettere in pratica la propria libertà è un bene finché non danneggia quella altrui. Un po’ come dire che l’atto di individualità più forte che un uomo o una donna possano compiere consiste nel rispettare l’individualità di altri uomini e di altre donne, proteggendo gli uni e le altre dalle proprie scelte quando si rivela necessario.

Noi abbiamo sperimentato una condizione simile durante il lockdown, quando restare in casa e uscire solo se inevitabile si è rilevata una scelta più eroica che responsabile. Nell’osservare le strade da finestre e balconi, avremo pensato a quanto poco fosse scontata la nostra libertà, ignorando però, che in quel preciso istante la stavamo comunque esercitando. Le immagini che hanno affollato le testate negli ultimi giorni restituiscono un quadro sociale deludente, nel quale spesso si grida alla rivendicazione dei propri diritti fondamentali mentre li si calpesta. A essere messa in discussione non è, infatti, la possibilità di esprimere opinioni personali, quanto piuttosto la loro fondatezza scientifica e il pretesto con cui si queste ultime vengono rivendicate, mentre si denunciano presunte tirannie diventando potenzialmente tiranni e tiranne di altre persone.

In conclusione: José-Luis Jiménez, professore dell’Università del Colorado, di recente ha affermato che una delle strategie migliori per limitare la diffusione del virus sarebbe restare in silenzio, dal momento che non parlare o parlare a bassa voce ridurrebbe la dispersione di particelle virali e pericolose. Una soluzione rapida e indolore per chi si rifiuta di indossare la mascherina, ma non coglie mai l’occasione per tacere.

(Fonte immagine di copertina:  Il Post)

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