Dalla Crusca a La Stampa, dallo Strega a Verona: ragioni e cure per il gender bias

Il problema non è (solo) il problema, per citare una frase celeberrima tratta da Pirati dei Caraibi. Il problema è (anche) un certo atteggiamento rispetto al problema. Nel caso specifico il problema è la discriminazione di genere e l’atteggiamento a cui ci riferiamo è quello che di recente in Italia hanno avuto Presidente e social media manager dell’Accademia della Crusca per un verso, il critico de La Stampa Giangiorgio Satragni per un altro e la direzione artistica del Festival della Bellezza 2020 per un terzo verso che potete scoprire nel dettaglio seguendo il thread Twitter riportato di seguito:

Naturalmente prendiamo le vicende in questione solo a esempio, con la consapevolezza che si tratta dell’amara punta di un iceberg contro il quale ogni giorno decine di transatlantici si scontrano senza neppure farci caso, finendo per fare davvero acqua da tutte le parti (pensiamo alle polemiche contro l’app Immuni, alla reazione di Valeria Parrella al mansplaining sul #MeToo durante la finale del Premio Strega 2020 o allo spot sessista di Audi con una bambina che mangiava una banana). Al di fuori e al di là dei singoli episodi, infatti, ciò che dovrebbe colpirci è la frequenza con cui si verificano situazioni di disparità verbale, simbolica, attitudinale, sociale, artistica, sessuale, psicologica, economica, linguistica, professionale, religiosa, logistica, fisica, grafica e così via, oltre alla nonchalance che ne caratterizza la messa in pratica e, in diverse occasioni, la ricezione dell’opinione pubblica.

Per dirla in poche e semplici parole: ci caschiamo tante volte, ce ne accorgiamo di rado e ci indigniamo ancora meno spesso, avendo l’impressione che finiremmo per fare tanto rumore per nulla. A questo proposito, chiariamo un punto fondamentale: quando si sostiene di non avere agito nell’uno o nell’altro contesto con intenti sessisti, comunque, è pure probabile che si stia dicendo la verità. Sono secoli che determinati comportamenti sono stati diffusi, accolti di buon grado, trattati sostanzialmente come “normali” – o per meglio dire normativi –, perdendo così la loro sfumatura evidente di maschilismo fino a trasformarsi in operazioni automatiche, sulle quali non ci si interroga neanche più.

Si tratta, però, di una ragione valida e sufficiente per continuare a giustificare un approccio machista applicato “in buona fede”, rallentando o addirittura remando contro l’emancipazione femminile nel micro e nel macro? E, elemento ancora più cruciale, siamo davvero di fronte a quisquiglie che potremmo trascurare o che appartengono a un’isterica minoranza estremista, per lo più ossessionata da un gender gap inesistente? La risposta breve è no, accompagnata da un consiglio di lettura firmato Einaudi e da un TED talk di Michael Kimmel che discute di mascolinità in maniera costruttiva, suggerendo il rinnovo di un rapporto egualitario tra uomini e donne:

La risposta lunga, invece, parte da un’osservazione di ordine pratico: la discriminazione di genere non è solo infondata, manipolatoria e denigrante, è ufficialmente vietata tanto dall’ordinamento italiano (Costituzione e Statuto dei lavoratori) quanto da quello europeo (Carta Sociale Europea Riveduta e Patto europeo per l’uguaglianza di genere del Consiglio per il periodo 2011-2020). Con ciò non ci riferiamo in maniera esclusiva ad aperti favoritismi, ma anche e soprattutto a una discriminazione indiretta, che si verifica quando «una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell’altro sesso, salvo che riguardino requisiti essenziali allo svolgimento dell’attività lavorativa, purché l’obiettivo sia legittimo e i mezzi impiegati per il suo conseguimento siano appropriati e necessari» (via Altalex).

Come se non bastasse, se è vero che la lingua che parliamo e il modo in cui la usiamo per descrivere la realtà influenzano il modo in cui pensiamo (e l’ipotesi di Sapir-Whorf sembrerebbe confermarlo), è altrettanto vero che dare voce a un uomo anziché a una donna (o a tredici uomini anziché a sette uomini e a sette donne, per tornare alla kermesse veronese di cui si discute al momento) significa conferire autorevolezza a un punto di vista più che a un altro, cioè sbilanciare ancora una volta l’assegnazione del potere, di qualunque natura sia (e a qualunque livello si manifesti). Credibilità, serietà, assertività, affidabilità e competenza sono caratteristiche che associamo più spesso a figure maschili, finendo per chiedere a loro di definire, modellare (e controllare, di nuovo) il mondo in cui viviamo.

Aveva quindi ragione Margaret Atwood nel sostenere che «oggi pensiamo ancora a un uomo potente come a un leader nato e a una donna potente come a un’anomalia», senza riuscire a venire fuori da un gender bias (per lo più inconscio, come si è detto, e che tuttavia è nostro compito riportare a un livello conscio e gestire con maggiore cognizione di causa) che continua ad avere ricadute stereotipate registrate dall’Istat tanto sul posto di lavoro quanto nell’ambito digitale, tanto nelle arti quanto nello sport, tanto nel linguaggio quanto nelle relazioni, tanto nell’educazione quanto nelle carceri, tanto nelle disabilità quanto nelle espressioni religiose, per non parlare chiaramente della politica in senso stretto.

Posto, perciò, che risulta urgente e indispensabile orientarci verso una vera democrazia paritaria, senza ignorare, sottovalutare o ridicolizzare le lotte mirate a sradicare gli ostacoli che ancora sbucano da ogni dove come la gramigna, una strategia per riuscirci cambiando atteggiamento rispetto al problema potrebbe consistere nell’adozione di «uno sguardo diverso e più largo», che «si apre assumendo il genere, appunto, come prospettiva di genere, come visione che orienta e che porta a rileggere (ossia a rivedere) o, ancora, a vedere cose prima celate, nascoste, tenute ai margini del campo visuale», così da configurare ex novo «un approccio, un metodo, una cartina al tornasole, ossia una possibilità concreta di reinterpretazione del costituzionalismo (e dell’intero sistema dei diritti) con riferimento al passato ma anche […] al presente e al futuro» (via Limina). Possibilmente a breve.

Fonte: https://valored.it/news/global-gender-gap-report-wef-2020/

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