Il branco siamo noi: una riflessione su Willy a partire da Shirley Jackson

La lotteria è un racconto che Shirley Jackson pubblicò sul New Yorker il 26 giugno del 1948. Parla di un villaggio in cui da tempo immemore vige una macabra tradizione: una volta all’anno, ogni abitante deve pescare un foglio da una cassetta, con la speranza di trovarlo bianco: chi estrae il biglietto con disegnato un cerchio nero, infatti, vince la lotteria e il suo sfortunato premio, ovvero la lapidazione da parte del resto della comunità. Il racconto si conclude con una donna che urla «Non è giusto! Non è giusto!», mentre le pietre cominciano a sfregiarla.

Subito dopo la pubblicazione, il testo destò grandi polemiche, poiché una buona percentuale di chi lo lesse non capì che si trattava di un’opera di fantasia e lo scambiò per il resoconto di un fatto realmente accaduto. Un episodio che mostrava al popolo americano il riflesso di una società in cui la violenza poteva scoppiare all’improvviso e sotto lo sguardo di una folla indifferente o addirittura coinvolta nel linciaggio. Oltre settant’anni dopo, di fronte a episodi come l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, che impone a chiunque di domandarsi cosa siamo e cosa stiamo diventando sia come individui sia come popolo, La lotteria riacquista un’attualità e una forza sconcertanti.

Si è scritto che Willy si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma questa, oltre a essere un luogo comune, è una falsità: a ucciderlo non sono state una valanga o una bestia selvatica e affamata; Willy è morto perché ha cercato di difendere un amico da quattro uomini che, dopo essersi lasciati scappare la prima preda, hanno utilizzato la loro esperienza in campo di arti marziali per massacrarlo. Cosa possa spingere un ragazzo a infierire sul corpo moribondo di un coetaneo con la bocca grondante di sangue e le ossa spezzate esula, fortunatamente, dalla capacità di comprensione della maggior parte di noi.

Eppure, anche e soprattutto in seguito alla dichiarazione della famiglia dei fratelli Bianchi («Non hanno fatto niente di grave, hanno solo ucciso un immigrato») e alla tendenza di alcuni giornali a descrivere uno dei carnefici come «un giovanotto sveglio e concreto», viene spontaneo domandarsi se il problema sia davvero riducibile alla voglia di fare a pugni da parte di quattro mine vaganti che parlano di onore e poi si scagliano in gruppo su un ragazzo mingherlino e altruista, o se questo e i numerosi episodi simili si inseriscano in un contesto di degrado culturale e di ineducazione sentimentale più vasto e preoccupante. I fratelli Bianchi e i loro complici hanno scagliato le pietre, ma chi ha permesso loro di trovare un bel mucchio di sassi levigati e pronti ad abbattersi contro una vittima innocente come nel racconto di Jackson siamo noi, che in modo più o meno attivo siamo spesso parte di una folla indifferente, coinvolta e complice. Un branco.

Se non ci disturbano il linguaggio violento di certa classe politica e la bassezza della forma con cui si esprime; se non ci preoccupa un dibattito pubblico infettato dal culto dell’odio e della sopraffazione; se di fronte ai “se l’è cercata” o “chissà a chi l’ha data per arrivare lì” non ci alziamo lasciando la stanza; se le generalizzazioni e l’imputazione di ogni colpa a un capro espiatorio non trovano in noi un terreno arido su cui è impossibile germogliare; se di fronte a chi, leggendo i cartelli con scritto Verità per Giulio Regeni, sbuffa come a dire che è roba vecchia, non ci prendiamo il tempo per discutere; se ci siamo anestetizzati ai commenti sessisti, razzisti e omofobi sui social; se, di fronte alle aggressioni fisiche e verbali nei confronti di chi sta a una certa distanza da noi sulla scala sociale, proviamo segretamente la sensazione che quel fatto non ci riguardi;

se non ci rendiamo conto che numerosi episodi di violenza sono frutto di una mentalità machista introiettata più o meno consapevolmente e che discutere di fascismo è un’urgenza assoluta; se non leggiamo; se ci nutriamo di trash senza la capacità di considerarlo una forma di intrattenimento squallida di cui ridere – con ogni diritto – ogni tanto; se crediamo che la cultura sia superflua e che solo quanto ha una ricaduta pratica sia utile alla nostra esistenza; se abbiamo perso contatto con la lingua al punto da non riuscire a cogliere la differenza tra rissa e omicidio e se non ci indigna che un quotidiano nazionale ci informi di quanta fatica facesse uno degli assassini di Willy a mettere insieme pranzo e cena durante il lockdown, allora non possiamo lamentarci: il branco siamo noi e di vittime come Willy ce ne saranno altre.

2 pensieri su “Il branco siamo noi: una riflessione su Willy a partire da Shirley Jackson

  1. Andrea, hai parole che esprimono il disagio esistenziale che provo di fronte a certe azioni…. Le tue, però, sono parole che mi permettono di sentirmi meno sola, anche se profondamente turbata
    Grazie

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