Storia etimologica del genocidio e stragi ancora escluse dalla definizione

Avere la consapevolezza che molte parole non esisterebbero se non ci fosse stato a monte un motivo per creale è il primo passo per comprendere che alcune di queste descrivono delle vere e proprie atrocità. Prendiamo il caso di genocidio, neologismo comparso per la prima volta alla fine della seconda guerra mondiale. La parola unisce il prefisso gen– (dal greco γένος, cioè stirpe, gente, razza), al suffisso –cidio (dal latino caedo, cioè uccidere) e venne coniata durante il processo di Norinberga da Raphael Lemkin, avvocato nato da una famiglia ebreo-polacca, per descrivere le politiche naziste di sterminio del popolo ebreo.

Per genocidio si intendono gli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; riduzione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di bambini e bambine da un gruppo a un altro. Nel dicembre del 1948 le Nazioni Unite hanno approvato la Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio, che è stato perciò definito crimine internazionale e che gli Stati firmatari si sono impegnati da allora a combattere. Da quel momento, alcuni crimini efferati già commessi sono stati riconosciuti come genocidi.

Negli anni, poi, numerosi studi in ambito giuridico e sociologico hanno definito insufficiente il concetto di genocidio, perché nel suo novero non rientrerebbero i crimini politici e le vittime di una o più classi sociali all’interno di una stessa comunità. In tempi recenti, a ogni modo, un genocidio riconosciuto da tutto il mondo è stato quello ai danni del popolo armeno, crimine contro l’umanità ignorato fino al 1973. Solo in quella data, infatti, lo sterminio di 1 milione e mezzo di persone armene da parte dell’impero ottomano è stato dichiarato il primo genocidio del XX secolo: dall’Europa, all’Asia, dall’America all’Africa, non si è smesso di perseguitare e uccidere in nome di un pezzo di terra, di una religione o, per meglio dire, di supremazia sociale. A raccontare tale strage senza edulcorazioni è, tra gli altri, il romanzo La masseria delle allodole di Antonia Arslan, da cui è tratto l’omonimo film del 2007 diretto da Paolo e Vittorio Taviani.

Altro genocidio riconosciuto negli ultimi decenni è stato quello della popolazione tutsa, nel Ruanda, che nel 1994 è stata massacrata in cento giorni a colpi di machete e mazze chiodate dall’etnia hutu: al riguardo è uscita da poco la miniserie Black Earth Rising, disponibile sulla piattaforma Netflix. In Asia, invece, la popolazione cambogiana ha subito tra il 1975 e il 1979 uno sterminio sotto la dittatura di Pol Pot, quando più di due milioni di persone sono state uccise o lasciate morire nei campi di rieducazione. E ancora: con il termine holodomor si indica la carestia programmata dal regime di Stalin tra il 1932 e il 1933 per indebolire l’Ucraina e le sue aziende agricole private. Sono stati così distrutti forni e confiscati generi alimentari e utensili agricoli, fino a che il popolo non ha cominciato a morire di fame, fino a raggiungere un totale di dieci milioni di vittime. Il genocidio è stato riconosciuto dal Parlamento Europeo soltanto nel 2008.

Restando in tema di record aberranti, il massacro di Srebrenica è considerato invece lo sterminio di massa più sanguinoso avvenuto in Europa: le truppe serbo-bosniache hanno condotto una pulizia etnica il cui bersaglio era la comunità bosniaca di religione musulmana. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, proprio per la sua matrice religiosa, ha riconosciuto l’accaduto come genocidio nel 2007. Di conseguenza, se l’olocausto è il genocidio che più ha suscitato interesse per il suo carattere metodico ed efferato, in realtà sono decine le uccisioni di massa dimenticate o non ancora riconosciute come stermini di popoli. La strage curda, il massacro di Timor Est, carneficine in Burundi, Darfur e Patagonia, senza dimenticare l’eccidio ai danni delle tribù native americane, rimangono tuttora senza giustizia neppure sulla carta.

Per di più, ultimamente è stata portata alla luce l’esistenza di campi di detenzione ai danni dell’etnia turcofona uigura, che nel nord-est della Cina subisce un vero e proprio controllo delle nascite tramite sterilizzazione o aborti contro la volontà delle donne direttamente coinvolte, mentre il governo nega qualsiasi persecuzione. Secondo la Convenzione del 1948 anche questo dovrebbe essere considerato un genocidio, eppure la comunità internazionale non è ancora intervenuta, a riprova del fatto che i genocidi non si sono fermati davanti alle condanne, e che non si fermeranno se per evitarli bisognerà aspettare un tribunale postumo.

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