Gender per principianti, pt. I: breve glossario delle depravazioni LGBTQIA+

Disclaimer: prima di addentrarmi nel vivo dell’articolo è necessario specificare che quelle che seguono sono delle semplificazioni estreme e servono solo, spero, a dare un volto meno spaventoso a delle parole tanto vituperate. Se questo articolo risveglierà in voi un certo interesse per la materia, vi prego di approfondire, continuare a leggere, continuare a cercare e soprattutto continuare a informarvi da fonti imparziali e affidabili.  Si parte!

Quello che sui social e in molti discorsi politici viene fatto passare come teoria gender in realtà è un filone di studi più correttamente definiti gender studies che ha come obiettivo lo studio delle differenze tra uomini e donne (e vie di mezzo, ma ci arriviamo subito). È una materia intersezionale che abbraccia psicologia, sociologia, biologia, critica letteraria e così via, e ha visto un enorme sviluppo a partire dagli anni Novanta. Si tratta, quindi, di un campo di studi ancora molto giovane e circoscritto in ambito accademico, per cui la diffusione dei suoi punti cardine è ancora limitata e inquinata dalla disinformazione.

Il punto di partenza dei gender studies è il riconoscimento che le persone che nascono con gli organi genitali femminili sono di sesso biologico femminile e le persone che nascono con gli organi genitali maschili sono di sesso biologico maschile, e fin qui credo non ci siano particolari sorprese – fatta l’eccezione dei casi (meno rari di quanto si possa pensare) in cui una persona nasca con organi genitali non immediatamente riconoscibili come maschili o femminili, nel qual caso si parla di intersessualità.  Sempre secondo i gender studies, storicamente le società si strutturano affidando alle persone di sesso biologico femminile una serie di aspettative e a quelle di sesso biologico maschile altre aspettative.

Tali aspettative formano i ruoli di genere e contribuiscono a modellare la percezione di sé e la parte di identità legate al proprio sesso, al rapporto col proprio sesso e al rapporto con la società che il proprio sesso implica in quello che viene definito genere (il famoso gender, in inglese). In questo senso il genere è una costruzione sociale, nel senso che è influenzato dalle aspettative che la società ha di una persona sulla base della sua biologia. Ora, per la maggior parte delle persone non è un problema aderire più o meno alle suddette aspettative: sono cioè cisgender ed eteronormative, aderiscono cioè alla norma accettata dalla maggioranza e non avvertono alcuna forma di disagio nel farlo.

Ci sono persone invece che vivono male il rapporto con il loro corpo e con i loro organi genitali, perché questi ultimi non rispondono alla percezione che hanno di sé: in questo caso si parla di transessualità. Diverso, invece, è il caso di persone che sono a proprio agio con il loro corpo, ma non si riconoscono nelle convenzioni sociali associate di solito al loro dato biologico e preferiscono essere trattate come persone del genere/sesso opposto, e sono quindi transgender (da non confondere, pertanto, con le persone transessuali), o che si sentono a loro agio nell’essere riconosciute selettivamente in alcune convenzioni o in alcune vie di mezzo, e si definiscono perciò non binarie.

Proprio come i gusti, le idee politiche e ogni altro aspetto della vita legato all’identità, anche la percezione di sé e della propria relazione con il genere può mutare nel tempo: in questo senso il genere può essere visto come fluido. E nulla di tutto ciò è strettamente legato alle preferenze sessuali, tant’è vero che ci sono persone cisgender con preferenze omosessuali, e persone transessuali eterosessuali, che provano attrazione per persone del genere/sesso opposto a quello in cui si riconoscono. Per fare un esempio, un uomo transessuale, ovvero una persona nata con organi genitali femminili ma che si sente uomo e può avere già o non avere ancora iniziato il percorso di adeguamento del sesso, è eterosessuale se prova attrazione per le donne.

Ci sono persone che sono attratte sia da uomini che da donne (bisessuali o pansessuali – cioè in grado di provare attrazione indifferentemente dal sesso e dal genere dell’altra persona) e ci sono anche persone che non provano attrazione fisica né per uomini, né per donne, né per persone non binary (le persone cosiddette asessuali), o che o non avvertono la necessità di sviluppare una relazione romantica con altre persone (aromantiche).

Quello che è importante capire, è che le persone non eterosessuali, spesso indicate col termine cappello queer (parola inglese un tempo usata come insulto nei confronti delle persone che non aderivano al canone eteronormativo, quelle “strane”) non assumono un certo comportamento per moda o per sfida: sono così, punto e il loro numero non sta aumentando, quella che sta aumentando è la consapevolezza. Di fatto, come un’arancia non può scegliere di diventare pompelmo, non si può scegliere di essere eterosessuale, omosessuale, transessuale, intersessuale, asessuale o altro. Né si possono convincere bambini, bambine e bambin* a crescere eterosessuali, omosessuali, transessuali, asessuali o altro, proprio come non si può trasformare un’arancia in un pompelmo urlandole contro, picchiandola o facendole guardare un porno. Chi vi dice il contrario o non ha capito granché del concetto di identità, oppure è in mala fede.

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