Gender per principianti, pt. II: di pensieri binari e altre cose inesistenti in natura

La prima osservazione di chi si prodiga contro l’ideologia gender è che in natura esistono solo due sessi e che tutto il resto è una invenzione della lobby gay o di qualche altra fantomatica organizzazione, che ha come solo scopo quello di disgregare il tessuto sociale instillando nei bambini e nelle bambine chissà quali depravazioni. Io stesso, nell’articolo precedente di questa serie, sottolineavo che, fatta eccezione per casi più o meno straordinari, generalmente le persone alla nascita presentano dei caratteri sessuali distintamente maschili o femminili. Che, insomma, Dio (o l’evoluzione, per chi vuole dare un sapore più laico alla propria argomentazione) maschio e femmina li creò. Che è vero, ma anche no.

Tutta la cultura occidentale si appoggia sui principi della logica aristotelica che consta di tre regole ferree: il principio di identità, secondo il quale una cosa deve necessariamente essere uguale a sé stessa, cioè che un’arancia deve essere necessariamente uguale a un’arancia e non può essere una “non arancia”; il principio di non contraddizione, secondo il quale una cosa non può essere uguale a una cosa diversa da sé, cioè che un’arancia non potrà mai essere uguale a un pompelmo; e il principio del mezzo escluso, secondo il quale dati due elementi non può esisterne uno in mezzo, cioè che se una cosa non è arancia allora deve essere obbligatoriamente pompelmo e non può essere pomparancia o arampelmo.

La logica aristotelica ha funzionato bene per millenni e continuerà a funzionare perché è un’espressione del naturale funzionamento del nostro cervello. La nostra mente è fondamentalmente limitata e attua una serie di processi di semplificazione e categorizzazione necessari a capire la nostra posizione rispetto all’ambiente che ci circonda in tempo reale, così da poter reagire tempestivamente a un eventuale cambio di condizioni. È lo stesso processo che porta alla formazione degli stereotipi. Questo non significa che l’ambiente che ci circonda sia semplice. Ragionare in termini di mero binarismo ci aiuta ad affrontare situazioni con le quali abbiamo già esperienza, ma non ci fornisce alcuna comprensione profonda del mondo. In natura non esistono distinzioni nette, bensì spettri di possibilità tra i cui estremi possono comparire un gran numero di varianti, alcune più vicine a un estremo e altre più vicine a un altro, alcune più adatte a sopravvivere nell’ambiente in cui sono apparse di altre.

Per tornare al gender, quindi, l’abitudine di pensare a maschio e a femmina come uniche possibilità, non implica che in natura siano le uniche due possibilità. Né che lo siano all’interno del genere umano, anzi. L’idea che abbiamo di maschio e femmina è un concetto astratto, un’idea platonica, se vogliamo, alla quale associamo una serie di caratteristiche tipo. Se una persona presenta le caratteristiche che ci aspettiamo da un genere, la associamo automaticamente a quel genere, altrimenti la associamo all’altro. Ciò non fa di quella persona intrinsecamente femmina o intrinsecamente maschio, però. Se prendiamo come ideale di maschio, per espressione fisica e caratteriale, Jean-Claude Van Damme, allora è palese che io, Gabriele Terranova, mi avvicino molto meno a quell’ideale di Jason Statham. Va da sé che questo non mi rende automaticamente assimilabile a Pamela Anderson; e infatti, rispetto ad altre persone, rimango ancora riconoscibilmente maschio. Ciò, comunque, non ha impedito ad altri ragazzi di prendermi di mira perché non ero «abbastanza maschio» e di farmi oggetto di scherno per tutta la mia adolescenza.

È altrettanto sbagliato pensare che il trovarsi, fisicamente o identitariamente, a una certa distanza dagli estremi dello spettro maschio-femmina sia una condizione di disagio. Il non rientrare in un canone binario non è di per sé una condanna, una deformità. È un dato. Essere transgender o nascere intersessuale non implica necessariamente che una persona viva male la sua situazione e pensarlo è un bias cognitivo che impedisce di comprendere la realtà fuori della propria esperienza personale.

Quando tale pregiudizio è un fondamento culturale, però, la società fa di tutto per ricondurre l’alterità all’interno della norma, come nel caso clamoroso di un’operazione di “correzione” avvenuta a Palermo nel 2016 o nel tragico caso di Caivano di qualche settimana fa. O, meno clamorosamente, nei casi di bullismo che coinvolgono persone di ogni età in ogni parte del mondo. Quanto si è fisicamente maschio o femmina, quanto ci si percepisce interiormente maschio o femmina e quanto si viene percepiti, percepite e percepit* esteriormente maschi o femmine sulla base dell’aderenza ai ruoli di genere sono elementi distinti che non sempre combaciano. È importante prenderne atto per iniziare a distaccarsi da una visione categorica della realtà e comprendere il mondo in maniera più organica. E per imparare a vedere le differenze come varietà e non come minaccia alla norma costituita.

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