Di omaggi e denunce sociali, Shamsia Hassani e i colori di Kabul

«L’arte cambia la mente delle persone, le persone cambiano il mondo». Con queste parole semplici ed evocative l’artista afghana Shamsia Hassani introduce il suo significato della parola arte. I suoi graffiti e le tele cui dà vita sono una ribellione alla pervasività della guerra, un dialogo aperto con gli sguardi e le emozioni di chi osserva, una sfida all’esistente fatto di muri sventrati e spazi ostili. Le sue delicate figure femminili esprimono il sentire quotidiano delle donne afghane, sono una denuncia delle molteplici sopraffazioni che costellano il loro presente, e al tempo stesso un omaggio alle loro esistenze e resistenze negli spazi domestici e pubblici.

I colori vibranti che si inseguono sui muri di Kabul dove Hassani realizza graffiti sono l’aspetto del suo lavoro che, da profana, trovo più affascinante per come riescono a trasmettere la ferocia anti-estetica e cruda del dolore, del terrore e dell’ingiustizia, senza mai degradare le vittime di quel dolore, di quel terrore e di quelle ingiustizie privandole della loro bellezza di creature umane dotate di empatia, dotate di anima, capaci di sogni e di rivoluzioni. Sembrano volerci ricordare che un essere umano può essere privato di ogni cosa, ma mai della bellezza di quanto è in grado di sognare.

Nonostante si focalizzi specificamente sulle donne afghane e sul loro vissuto, l’arte di Hassani è conosciuta e apprezzata in tutto il mondo: i suoi lavori sono stati esposti negli Stati Uniti, a Berlino, alla Biennale a Firenze, in Turchia, e in molti altri Paesi. La loro unicità dipende, oltre che dallo stile, sicuramente anche dal fatto che Hassani sia una delle prime street artist afghane i cui lavori abbiano raggiunto la fama internazionale. Nata a Teheran nel 1988 da genitori rifugiati, Shamsia Hassani ha iniziato a disegnare in giovanissima età, ma a causa delle sue origini non ha potuto frequentare nessuna scuola d’arte in Iran. Tornata in Afghanistan nel 2005, dove ha frequentato l’università, ha trovato spazi urbani deturpati dalla guerra e un Paese famoso quasi solo per le atrocità che sono state (e che vengono tuttora) perpetrate.

Così, la giovane street artist ha deciso di lavorare per costruire una narrazione diversa, per trasformare i luoghi, per produrre una forma d’arte capace di entrare direttamente nella vita quotidiana delle persone comuni che non vivono nei pressi di particolari gallerie o a cui manca il denaro necessario a viaggiare per visitarle. Hassani ha iniziato quindi a realizzare graffiti sui muri di Kabul, immagini di donne senza bocca che hanno vissuto gli orrori della guerra e che tengono gli occhi bassi per darsi un attimo di tregua dalla insopportabile vista continua di tutto quel dolore, donne afghane che nello spazio pubblico non sono benaccette e allora tornano ad affacciarsi dai muri con i loro colori avvolgenti.

Anche Hassani è una donna, e come tale non è ben vista quando porta la sua arte in strada, all’aperto. «Quando la gente mi vede all’aperto a realizzare graffiti impreca, alcuni [uomini] mi insultano e definiscono ciò che faccio un peccato», ha raccontato in un’intervista per il Guardian nel 2019. «In Afghanistan la gente non è contraria all’arte, ma è contro il fatto che ci siano [anche] donne che svolgono attività di questo tipo». La sua arte, tuttavia, non sfida soltanto le aspettative di genere della società afghana, ma anche i preconcetti orientalisti dello sguardo occidentale, che vorrebbe ad ogni costo forzare le donne musulmane nella dicotomia del corpo “scoperto” sinonimo di emancipazione in opposizione al burqa come sinonimo di conservatorismo patriarcale e retrogrado: gli hijab e gli altri indumenti tradizionali indossati dai soggetti dei suoi graffiti sono forme plastiche, che si modellano sulle note del vento e della musica vibrando di colore.

«Molte persone nel mondo credono che il burqa sia il problema», ha dichiarato Hassani in un’intervista del 2016. «Pensano che rimuovendo il burqa, le donne [afghane] si libereranno di tutti i loro problemi. Ma non è vero. Sento che le donne in Afghanistan siano afflitte da una moltitudine di altri problemi, a cominciare dall’impossibilità di accedere all’istruzione. La mancanza di istruzione ha un impatto negativo molto più grave che il dover indossare un burqa»Oggi Hassani è docente di Belle Arti e Scultura all’Università di Kabul, dove insegna anche graffiti. Considerati una forma di vandalismo in Europa e negli Stati Uniti, in Afghanistan i graffiti sono infatti riconosciuti come tecnica artistica e trattati alla stregua delle altre arti visive. Nel 2019, Hassani ha collaborato con altre due giovani artiste afghane – Nabila Horakhsh e Jahan Ara Rafi – alla realizzazione della mostra Chahar Chob, tenutasi presso la sede dell’Afghanistan Press Association di Kabul con il supporto di Berang Arts.

(Fonte immagini: pagina Facebook di Shamsia Hassani, riprodotte su gentile concessione dell’artista.)

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