Ingiustizie alimentari, dalla Giornata contro gli sprechi all’estetica social del cibo

Il 29 settembre 2020 è stata celebrata la prima Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e la perdita alimentare, istituita dalla FAO proprio nell’anno segnato dalla pandemia Covid-19 nella speranza, probabilmente, di una maggiore sensibilizzazione globale. Non si tratta soltanto di un invito a ripensare il cibo in funzione di come potrebbe essere prodotto, distribuito e consumato nell’ottica di un’economia circolare, ma di un ineludibile monito che mette in luce l’ennesima colpa dell’essere umano nell’incrementare la sofferenza del pianeta, accumulando annualmente 1,3 miliardi di tonnellate, circa un terzo del cibo commestibile, di rifiuti alimentari riutilizzabili.

Tristram Stuart, ricercatore di Cambridge e autore di Waste: uncovering the global food scandal, nell’ultimo decennio è diventato campione della lotta contro lo spreco alimentare promuovendo campagne planetarie (come Feeding the 5000) mirate a estirpare le radici di un consumismo sfegatato, il quale rafforza il paradosso della scarsità di risorse nutrizionali nei Paesi sottosviluppati in cui la condizione di insicurezza di cibo è consolidata tanto quanto la nostra tendenza a scartare schizzinosamente un boccone a tavola. In un suo intervento durante un TEDx, ha ribadito il bisogno imminente di un cambiamento culturale che garantisca a chiunque di raggiungere il minimo fabbisogno giornaliero, visto che la quantità di cibo sprecato ogni anno basterebbe da sola a sfamare l’intera Africa Subsahariana:

In realtà, i suggerimenti da seguire per iniziare a rendere le nostre abitudini alimentari complementari a un comportamento etico e a una solidarietà sociale sono abbastanza semplici, e consistono essenzialmente nel cucinare piatti gustosi con gli avanzi (da siciliana consiglierei vivamente il pane raffermo friùtu cu’ l’ova) e nel pianificare con intelligenza la spesa settimanale. Anche ai supermercati vanno attribuite parecchie responsabilità per le insensate dissipazioni a monte della catena di approvvigionamento: per sopperire al problema, dovrebbero evitare che qualsiasi cibo commestibile in eccedenza venga smaltito e consentire alle famiglie un risparmio concreto. In proposito Andrea Segrè, professore ordinario di Politica agraria internazionale all’Università di Bologna, quest’anno ha imposto di fare partire un progetto Spreco Zero 2030 per ridurre lo spreco pro capite che, secondo i dati riportati dall’osservatorio nazionale Waste Watcher, ammonta ad almeno 3,75 euro settimanali a famiglia.

In verità, rimettere sul mercato a prezzi ridotti dei prodotti invendibili (magari perché imballati o etichettati in maniera imperfetta) e regalare cibi prossimi alla scadenza rientrano da tempo tra i principali obiettivi della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, che dal 2013 ricorre in Italia il 5 febbraio, anche se traguardi del genere collidono con la propensione smodata all’acquisto influenzata dal visual marketing. Una testimonianza in merito arriva dalla mostra itinerante Foodporn vs Foodpoor promossa dalla FAO nel 2019, in cui una serie di scatti realizzati in Senegal dal fotografo Mauro Pagnano evidenziano la contrapposizione tra opulenza del cibo e denutrizione.

Rivisitando insomma una celebre frase di Totò («Si dice che l’appetito vien mangiando, in realtà viene a star digiuni»), potremmo dire che l’occhio inizia a fare la sua parte nell’istinto al consumo ossessivo incoraggiato dal trending topic del #foodporn e dall’ascesa di profili Instagram zeppi di panini giganti e carni succulente proposte da ristoranti e food blogger per trovare clienti sul Web. Ciò ci spinge a vedere il cibo come un’ossessione più che come una necessità, rendendolo un motivo di vanto che conferma o rafforza il nostro status sociale. Ecco perché, nonostante i primi sforzi da parte del settore della ristorazione nell’introdurre le doggy bag per conservare e trasportare in sicurezza gli avanzi di un pasto, proviamo ancora imbarazzo a richiederle e storciamo il naso quando si parla dell’applicazione Too Good To Go.

In fin dei conti vorremmo solo concederci il lusso di ordinare più del dovuto, anche solo per la curiosità di assaggiare un po’ tutte le pietanze, senza però preoccuparci di svuotare il piatto. Ecco perché ci scandalizziamo di fronte alla provocazione dello chef Carlo Cracco, che ci serve solo 2/3 di pizza. Il dilemma è: una pizza senza uno spicchio non è buona da mangiare o non è instagrammabile?

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