Gender per principianti, pt. III: vademecum politico per una crisi d’identità

Arriviamo al nocciolo della questione: Roma è nata etero e cristiana, non morirà frocia e mussulmana. Sembra che la paura del gender sia prima di tutto una paura legata all’identità. Tra reti 5G, vaccini e gender, sembrerebbe esserci sempre qualche figura nascosta a capo di una multinazionale che cerca di indebolirci mentalmente o fisicamente per manipolarci con più facilità. E io ci credo. Mi spiego meglio: se è vero che in ogni leggenda c’è sempre un fondo di verità, perché non dovrebbe esserci anche nelle teorie del complotto? Le persone hanno una genuina paura di venirsi “rubate” il proprio senso di identità e, non sapendo più chi sono, trovarsi in balia di qualche forza oscura.

Ma partiamo dall’inizio. Lo spunto per questa serie di articoli mi è venuta qualche mese fa leggendo il solito commento nel quale si metteva insieme un’accozzaglia di termini per trarne conclusioni prive di logica. Ovviamente non ho resistito alla tentazione di rispondere. La prima cosa che  mi è stata contestata è che noi promotori e promotrici del gender parliamo sempre di studies e mai di ideologia, quasi che volessimo nobilitarlo in qualche modo.

Distinguiamo innanzitutto ideologia e studi. L’ideologia è «il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale» (Treccani); gli studi sono «applicazione volta all’apprendimento di quanto è stato sperimentato da altri in un ramo dello scibile, in un’arte, in un’attività pratica, allo scopo di fare proprie tali esperienze, ed eventualmente superarle, proponendo soluzioni nuove nel campo teorico o pratico». (sempre Treccani). Quindi, un’ideologia è un sistema di valori anche culturali che orienta le nostre scelte e ci suggerisce cosa fare: ha valore politico. Un campo di studi, invece, si limita a osservare e a descrivere, può suggerire delle soluzioni a problemi specifici sulla base dei dati raccolti, ma generalmente non ha la pretesa di orientare direttamente la vita dei singoli individui: non ha valore politico. Sarà poi chi governa a premurarsi di utilizzare tali dati per trovare le soluzioni migliori a un determinato problema. Sempre che un problema ci sia.

Non è un caso che a spingere l’uso del termine ideologia siano prevalentemente personaggi politici, e in particolare quelli di una specifica ala. Né che chi si scaglia contro l’ideologia gender quasi sempre si scagli anche contro la minaccia rappresentata dall’invasione musulmana, dalle comunità rom o da altre minoranze a turno. Mettere un “noi” contrapposto a un “loro” è un espediente retorico mirato a creare un senso di comunità e appartenenza. Un senso di comunità artificiale e basato su una distinzione fittizia e comoda da sfruttare, possibile perché gran parte della popolazione non sa praticamente nulla di tali minoranze.

Insomma, il gender sarebbe solo l’ennesima arma della globalizzazione atta a privarci della nostra identità culturale e a omologarci a un ideale di persona standard, senza capacità di pensiero critico. Se la paura di una minaccia all’identità è reale, però, vuol dire che non abbiamo la certezza di saperla difendere dall’invasione del nuovo e del diverso. Non abbiamo gli strumenti per comprendere chi siamo davvero e qual è la nostra posizione rispetto alla realtà nella quale viviamo. Cerchiamo risposte a domande che non sappiamo a esprimere a parole e interpretazioni a sentimenti che non sappiamo di provare ma che nonostante ciò, e proprio per questo, ci logorano.

L’identità di una persona è strettamente legata alla geografia dei luoghi nei quali è cresciuta, agli eventi storici vissuti dai suoi avi, alla sua posizione sociale e così via. Sono domande alle quali si può rispondere solo studiando a fondo la storia, la geografia, la sociologia, la psicologia. Mettendosi in discussione e riflettendo sugli effetti che ogni elemento ha su di noi in quanto persone. Invece, ciò che si tende a fare è soccombere alla pigrizia e cedere alla tentazione di risposte già pronte e impacchettate, di qualcuno o di qualcuna che abbia interpretato la realtà per noi e ci dica esattamente chi essere e come sentirci al riguardo. Quando quella persona inizia con la litania di tratti identitari del tipo «Sono una donna, sono italiana, sono cristiana, sono una mamma», non sta facendo altre che appiattire, semplificare e ridurre a una manciata di tag (proprio come quelli di Instagram) la propria identità. Pensare di riconoscersi in un elenco di parole equivale ad affermare che siamo semplici e non è necessaria alcuna forma di profondità per capirci.

Come scrivevo in un mio precedente articolo, agli esseri umani non piace sentirsi sminuiti. Chi propone un sistema identitario e culturale preincartato per tornaconto personale adotta spesso un altro espediente retorico, teso a farci credere di essere resistenti a ogni forma di manipolazione. Secondo la retorica populista, infatti, la minaccia non è mai rivolta a noi in prima persona, ma sempre a chi appare più vulnerabile e di cui ci sentiamo responsabili di fronte alla società. Proprio loro: bambine e bambini. Così, se da un lato un’ideologia simile rafforza il nostro ego (facendoci credere che noi non possiamo farci manipolare), dall’altro lato rinforza il nostro senso di appartenenza a un dato gruppo (concorde con quella specifica visione del mondo) e ribadisce l’imperativo morale di difenderne la sua componente più debole da insidie esterne.

Per tirare le somme del discorso: l’unico modo per resistere è capire da dove veniamo, quali sono state le catene di circostanze ed eventi che ci hanno portato al punto in cui siamo, conservare la memoria storica e studiare. Capire perché siamo come siamo. Quando vengono a parlarci di ideologie, di come dovremmo essere, interroghiamoci sempre sui loro interessi. Anche perché Roma è nata frocia e pagana, e sono stati alcuni fanatici religiosi palestinesi a farla bigotta e cristiana.

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