Perché quando siamo sotto pressione non troviamo le parole giuste?

Se ve lo state chiedendo, sappiate che non succede solo a voi. Che chiunque di noi conosce bene gli sbalzi di salivazione, gli sguardi nervosi e la balbuzie di cui all’improvviso ci ritroviamo vittime. Che, se ci siamo in un contesto di pressione lavorativa, pubblica, amorosa, accademica e perfino familiare o amicale, non sfuggiamo facilmente al vuoto mentale, nemmeno quando abbiamo sviluppato l’abitudine a certe situazioni.

In inglese esiste addirittura un termine per definire una performance comunicativa al di sotto del proprio livello, ovvero il cosiddetto choking. Secondo uno studio condotto su persone che di norma non sono soggette a balbuzie, infatti, si è osservato che all’aumentare dello stress, da un lato, «aumenta la produttività verbale, il numero e la durata delle pause», mentre dall’altro lato si moltiplicano «anche le disfluenze avvertite» (cfr. Viva Voce Institute). Lo stress in questione può essere dovuto tanto a dei motivi pregressi e, quindi, a un malessere individuale generalizzato, quanto al contesto situazionale in cui ci si ritrova nel momento in cui è richiesto un intervento diretto.

A partire da tali considerazioni si comprende meglio il significato più profondo del choking, che si verifica nel momento in cui «la capacità della memoria di lavoro di focalizzare l’attenzione su ciò che è rilevante viene compromessa», per usare le parole della psicologa Sian Beilock. «Una buona analogia è quella con il computer. Se esegui molti programmi contemporaneamente, rallenta tutto. Se aggiungi preoccupazione al tuo mix di stati d’animo, con l’attenzione necessaria per concentrarti sull’attività in corso può andare storto qualcosa». E non è tutto, dal momento che, forse in maniera controintuitiva, le persone con le capacità cognitive più elevate sarebbero più esposte al disagio, mentre chi è balbuziente risentirebbe meno della pressione contingente*.

Per capire l’origine di questo fastidioso inconveniente comunicativo, sono state condotte numerose ricerche volte a individuare le sostanze chimiche responsabili dello spostamento dell’attività cerebrale dalle reti corticali (coinvolte in creatività, contemplazione, pianificazione e astrazione, che vengono chiuse quando si prova una forte ansia) a un istinto di lotta e di fuga dalla situazione. È così che il team guidato da Erno Hermans, docente presso la New York University, è arrivato a una duplice scoperta: da una parte, ha infatti notato che i farmaci mirati a impedire la sintesi del cortisolo (o “ormone dello stress”) non hanno fatto riscontrare nessun cambiamento nei soggetti.

Dall’altra parte, ha osservato che con la somministrazione del propranololo, un principio attivo di indicazione specifica contro l’ipertensione e le forme di angina, l’attività del neurotrasmettitore noradrenalina si è ridotta e la risposta allo stress è nettamente migliorata. In altre parole, i risultati del nuovo studio suggeriscono che esiste un farmaco capace di «migliorare le prestazioni prevenendo o riducendo il congelamento del cervello causato dall’ipertensione», come dichiarato sul Time in un articolo di Maia Szalavitz mai tradotto in italiano e risalente ormai a nove anni fa.

A ben pensarci, in realtà, è l’intero argomento a risultare poco studiato e ancora meno divulgato in Italia, quasi che il benessere psicoemotivo – in particolare in contesti di massiccio condizionamento esterno – sia un elemento trascurabile o poco accattivante da comunicare. La buona notizia è che sul Web esistono sempre più contenuti pensati per il grande pubblico e tradotti in parecchie lingue per confrontarsi almeno in parte con la questione (si vedano i TED talk suggeriti qui sopra e qui di seguito), per non parlare del fatto che un paio di consigli piuttosto semplici da applicare hanno già superato il vaglio della sperimentazione.

Sempre secondo Sian Beilock, per esempio, scrivere le proprie preoccupazioni nero su bianco prima di un test o di una presentazione aiuterebbe a scaricare mentalmente il carico e a diminuire le probabilità che le paure già nominate influenzino le prestazioni personali. Anche canticchiare o contare al rovescio impedirebbe di focalizzarsi troppo sui dettagli della propria performance, così come evitare di concentrarsi sul timore che il pubblico non apprezzi o non capisca il proprio punto di vista. Un procedimento simile accade negli sport o nell’ambito musicale, nei quali piazzare delle piccole distrazioni ridurrebbe il rischio di lasciarsi trascinare dall’ansia.

Ne consegue che, secondo la psicologa americana, «esibirsi sotto pressione è un’abilità vera e propria». Ciò significa che non nasciamo con la capacità di ottenere successo in situazioni stressanti, motivo per cui la ricerca può aiutare «capire perché le persone si comportano in un certo modo e a sviluppare degli strumenti che le aiutino a dare il meglio di sé».

*Cfr. Buchanan T.W., Laures-Gore J.S. (2014), Duff  M.C., Acute stress reduces speech fluency, Biological Psychology, 97 pp. 100-122 e Speaking under pressure: Low linguistic complexity is linked to high physiological and emotional stress reactivity

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