Proteste in Polonia, DDL Zan e quadri di Klimt: perché è lecito continuare a sperare?

Gli ultimi mesi sono stati cruciali per chiunque, nello stabilire se la speranza in un giorno migliore fosse più o meno auspicabile, e un modo semplice per capirlo consisterebbe, forse, nel cominciare a guardare alle cose del mondo con uno sguardo diverso, possibilmente partendo dall’arte. Nel 1908 Gustav Klimt espose per la prima volta Speranza I, un dipinto ai tempi considerato spesso scabroso a causa del suo soggetto: una giovane donna incinta completamente svestita e dalla folta chioma rossa, circondata da figure scure e dall’aspetto spaventoso. Ciò che colpì il pubblico novecentesco e che, di fatto, colpisce ancora oggi è il suo sguardo, impaurito ma allo stesso tempo fiero, che sembra quasi fissare chi la guarda al di là della tela:

Non stupisce che la stessa fierezza sembri rivivere in chi sta manifestando ormai da settimane a Varsavia, affollando le strade della città in segno di protesta in seguito alla decisione della Corte Costituzionale di vietare l’aborto anche in caso di malformazione del feto. Sebbene in linea con la politica antiabortista del primo ministro Jaroslaw Kaczynski – il ricorso all’aborto era già ostacolato da leggi piuttosto restrittive –, tale scelta ha infatti comportato inevitabilmente il perpetuarsi di una vera e propria pratica ostruzionista, che limita la libertà della donna privandola del diritto di scegliere del proprio corpo e del proprio futuro. Ignorando le proteste crescenti, il leader della destra conservatrice ha deciso di rinviare la traduzione della sentenza in legge, compiendo un passo indietro che sembra aver attirato, tra gli altri, gli sguardi dell’Unione Europea. La comunità polacca, d’altro canto, non è nuova a simili prese di posizione per il riconoscimento dei propri diritti, tant’è che già quest’estate il movimento LGBTQIA+ aveva sfilato nelle strade della capitale contro l’omofobia del governo, ricoprendo alcuni importanti monumenti con bandiere arcobaleno.

Un modo come un altro per fare sentire la propria voce e occupare un preciso spazio sociale, come sembra essere in procinto di accadere anche in Italia. Il 4 novembre, infatti, la Camera ha approvato il disegno di legge contro l’omotransfobia proposto dal deputato del Partito Democratico Alessandro Zan, in discussione dall’agosto 2020 e considerabile una vera e propria conquista nell’ambito dei diritti civili, soprattutto alla luce delle polemiche sollevate da parte dell’opposizione negli ultimi mesi. Alcune delle obiezioni poste in seguito all’approvazione della legge – che rappresenterebbe, secondo alcune persone, un bavaglio alla libertà d’espressione – sembrano di fatto mirate a ostacolare la possibilità per determinate comunità di sentirsi al sicuro nella vita quotidiana, con il profilarsi di uno scenario che legittimerebbe la violenza fisica e verbale nei confronti di determinate minoranze.

Così, se da un lato gli avvenimenti di questo 2020 all’insegna dell’incertezza possono insegnarci molto sull’insensatezza e sulla pericolosità di certe idee politiche, dall’altro lato ci dànno la possibilità di riflettere ancora una volta sul concetto di speranza. Ci ritroviamo in uno scenario non sempre luminoso – un po’ come accadeva nel quadro di Klimt –, eppure abbiamo l’opportunità di guardare al futuro, quello che si sta tentando di costruire in questi giorni tanto in Polonia quanto in Italia. A fissarci oltre la cornice c’è ancora un domani in cui sia legittimo scegliere cosa è meglio per sé e per il proprio corpo, e in cui la tutela personale non dipende da sesso, genere o orientamento sessuale. Un domani a cui guardare a nostra volta con fierezza, anche se con una punta di paura, assecondando la speranza di apportare un cambiamento nel mondo se abbiamo il coraggio di provarci e riprovarci.

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