La N-word: origine e storia della parola della morte

Nel 1559 papa Paolo IV redasse il famoso Indice dei Libri Proibiti, nel quale bandiva e proibiva lettura e possesso di testi considerati eretici e anticattolici. Anche oggi, mutatis mutandis, l’etica comune ha creato un indice non scritto di parole che, sì, possiamo considerare bandite: una di queste è la N-word (negro/a). A meno che non sia un uomo o una donna di pelle nera a usarla, quest’ultima porta dentro di sé un significato razzista e xenofobo altamente discriminatorio, che, soprattutto dopo gli eventi organizzati dal Black Lives Matter, nessuna persona – e giustamente – è ormai capace di tollerare. Negro è una brutta parola, che, come tutte le parole, ha subito un’evoluzione. Ebbene, l’aggettivo non è solo diventato una brutta parola nel tempo, ma già la sua etimologia tradisce un significato sicuramente non lieto, anzi luttuoso, mortuale.

Il termine deriva dal latino niger, che propriamente indicava il colore nero. Tuttavia, se risaliamo alla sua vera radice, che è greca, ne riconosciamo come primordio l’aggettivo nekròs, cioè morto, cadavere, defunto. La parola aveva attinenza con la sfera della morte, e basta pensare a sostantivi quali necropoli o necrologio per confermarne la semantica. Del resto, anche noi, quasi a tessere un’“etica del colore”, attribuiamo alla morte il colore nero: il tristo mietitore è vestito di nero nell’immaginario collettivo, non certo di bianco; nella superstizione, è il gatto nero che porta sfortuna, non quello persiano; nella poesia è la notte quella che si ricollega alla morte, perché tetra, oscura, priva di luce.

Questa percezione del colore non è un’invenzione della modernità, anzi. Già nell’antica Roma si utilizzava l’aggettivo niger in relazione alla morte, tant’è che le nigra erano le vesti da lutto e la nigra hora era l’ora della morte. Giorgio Ieranò, che nel 2020 ha pubblicato con Marsilio Le parole della nostra storia, un affascinante saggio sull’etimologia dei termini greci, scrive che «le parole non vivono prigioniere sotto una teca, come farfalle inchiodate ad uno spillo. Una lingua non è un carcere, un sistema chiuso e immutabile. Le parole hanno camminato e camminano sulle gambe degli uomini, lungo le vie della storia, tra passioni e rivoluzioni, invenzioni e scoperte, cambiando spesso valore, fino a significare, magari, il contrario di quello che significavano una volta».

Per quanto questo concetto sia vero, l’evoluzione della parola niger latina non è stata felice come quella di altre, forse perché il suo punto di partenza – la morte – non lasciava presagire niente di buono. E così, per una sorta di predestinazione naturale, la N-word contiene la radice della morte, la forza del male per eccellenza, lo stesso male, forte e devastante, di chi la usa oggi per denigrare. Ci avete fatto caso? De-nigrare. Ecco un altro lemma che deriva da niger. Non a caso l’etimologia del verbo ne riconduce il senso al significato di annerire, che poi figurativamente è passato a indicare l’intenzione di oscurare una persona e di offuscarne le qualità. Ecco che niger, ancora una volta, contribuisce a formare una parola dal significato negativo.

E sembra quasi un paradosso, uno scherzo del destino, che gli Stati africani del Niger e della Nigeria contengano nel loro nome lo stesso aggettivo, specie se consideriamo che forse, nella loro origine, con il niger latino non hanno alcuna relazione. I due Stati sorgono infatti sulla corrente del fiume Niger, la cui denominazione, probabilmente, si rifà a quella che aveva il fiume in lingua tuareg, cioè gber-n-igheren, il fiume dei fiumi, poi abbreviato in ngher, termine diffuso nei pressi di Timbuctù. Si tratterebbe solo di una predestinazione naturale, insomma: un’omofonia, con un termine di un’altra lingua, tanto casuale quanto devastante.

Ciro Terlizzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *