Lo status del diritto all’aborto nel mondo, tra limitazioni e obiezioni

Il 2020 sarà sicuramente ricordato come l’anno della pandemia da Covid-19, eppure, oltre ai problemi che ci hanno attanagliato e che ci stanno ancora attanagliando, continua a essere messo in dubbio anche un diritto ancora evidentemente non penetrato nel tessuto socioculturale, come quello all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). E come sorprendersi, quando negli ultimi mesi sono stati sospesi dei diritti fondamentali e costituzionalmente riconosciuti?

In Polonia che, ricordiamo, fa parte dell’UE, l’accesso all’aborto recentemente limitato ha scatenato enormi proteste, per citare il caso più eclatante; negli Stati Uniti, sebbene legale dal 1973, è stato uno dei temi di discussione affrontati durante la campagna elettorale tra Trump e Biden; e in Italia, dove è possibile interrompere legalmente una gravidanza da più di quarant’anni, questo diritto viene spesso messo in discussione.

Una delle più accese avversarie dell’Ivg in Italia è la Chiesa cattolica, che, nonostante certi segnali di apertura più o meno forti rispetto a svariate tematiche, spesso non del tutto inclusivi, in alcune occasioni si mostra poco sensibile ai risvolti umani di una scelta come appunto l’interruzione volontaria di gravidanza. Uno degli esempi più recenti è dato dalle dichiarazioni del vicario del vescovo di Macerata, il quale ha definito la pedofilia un atto meno grave di un aborto, lodato le restrizioni polacche sul tema e tirato in ballo la sottomissione della moglie al marito.

Forse il fatto parrà strano a chi associa l’Ivg a un capriccio, ma prima del 1978 le donne abortivano comunque, rischiando a volte perfino la morte. Anzi, probabilmente abortivano anche più spesso di quanto accade oggi, viste la poca diffusione degli strumenti anticoncezionali dei quali disponiamo ai nostri giorni e una minore educazione sessuale – aspetto sul quale tutt’ora ci sarebbe da lavorare e che contribuirebbe in parte ad abbattere i numeri, nonché la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili. Mettere in discussione l’aborto, di conseguenza, non limiterebbe il fenomeno in sé, bensì la possibilità per chi lo pratica di ricevere un’assistenza doverosa. In alcuni casi basterebbe rivolgersi alle proprie madri e nonne per scoprire un mondo: alcune di loro hanno abortito in prima persona o hanno aiutato amiche e parenti a farlo, spesso perché incapaci di sostenere le spese che una nuova nascita porta con sé (molte di loro erano già mogli e madri).

Inoltre, nei Paesi in cui non è possibile ricorrere all’Ivg gli aborti non sono scoraggiati, ma favoriti, con tutte le conseguenze del caso sulla salute; altrettanto non avviene nei Paesi in cui l’aborto è legalizzato. Va detto per di più che negli ultimi anni le Ivg in Italia sono in costante calo anche tra le minorenni, come dimostrano i dati ISTAT: si tratta di un segnale fortemente positivo, che conferma i passi giusti compiuti in direzione di una maggiore consapevolezza da parte della donna rispetto alle sue caratteristiche biologiche. La legalizzazione dell’aborto e la possibilità di accedervi facilmente e in sicurezza sono segnali di civiltà: ogni donna deve potere abortire con tutte le tutele necessarie.

Ad ogni modo, sulla possibilità di accesso al servizio sorgono numerosi contrasti, tanto che l’ISS stima che anche in tempi recenti molte donne abbiano agito in clandestinità. L’obiezione di coscienza costituisce un primo grande ostacolo all’operazione e il fattore tempo risulta a sua volta fondamentale, cosicché alcune agiscono per proprio conto, sicuramente con strumenti diversi da quelli delle nostre nonne, però pur sempre in uno stato di completo abbandono da parte delle istituzioni. Il nostro augurio, quindi, è che la diffusione dell’Ivg farmacologica possa semplificare le procedure e restituire centralità alla donna nel momento in cui deve compiere delle scelte cruciali sul proprio corpo.

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