Se boicottiamo solo quello che non ci piace

Nel maggio del 2016 l’autorità europea per l’alimentazione ha pubblicato un allarme riguardante i potenziali rischi per la salute legati all’olio di palma. Prima che la questione perdesse, qualche anno più tardi, l’interesse dell’opinione pubblica, si era scatenato quel confuso dibattito pseudoscientifico che conosciamo fin troppo bene in questo periodo. Tra le questioni più scottanti c’è stato l’affaire Nutella. Ferrero, unico brand a persistere nella scelta dell’olio di palma, è stato l’obiettivo di una vera e propria campagna di boicottaggio a cui ricordo di avere aderito con piacere. Smettiamo di comprare Nutella, dicevo. Contro la deforestazione tropicale, mi battevo. Tanto, a me, la Nutella non è mai piaciuta.

Il 26 novembre il programma di Rai 2 Detto fatto è stato sospeso a causa dell’ormai tristemente celebre tutorial per insegnare alle donne a fare la spesa in maniera seducente. Qualche giorno prima Libero definiva «ingenua» la ragazza drogata e violentata a Milano la notte del 10 ottobre. Ci pensava Laura Boldrini a indignarsi e a domandare la fine di quella narrazione violenta che caratterizza da sempre il giornale di Vittorio Feltri. Non è, comunque, la prima volta che si propone di boicottare Libero. Era accaduto già, per esempio, ad aprile di quest’anno, quando molte edicole del Sud Italia avevano reagito all’affermazione di Feltri sull’inferiorità della popolazione meridionale.

Io tutto questo l’ho scoperto, un po’ dopo, dai social network. Su Instagram ho trovato per la prima volta il sedi(u)cente tutorial di Rai 2 e su Twitter ho letto del titolo di Feltri. Non fosse stato per il rimbalzo della notizia di profilo in profilo che avviene in questi casi, non avrei probabilmente mai saputo nulla. Niente di strano. Semplicemente non appartengo al pubblico di Detto fatto, né sono un lettore di Libero. Mi sento quindi di unirmi senza troppe remore al coro che pretende giustamente scuse e – soprattutto – cambiamenti nei contenuti, nelle linee editoriali e in tutto il resto. Devono cambiare, dico io. Cambiare completamente. Tanto, io non li leggevo né guardavo neanche prima. La vita del boicottatore della domenica come me è relativamente semplice. Si prende qualcosa che non ci interessa e si decide di continuare a non interessarsene. Un duro lavoro.

Certi film come Paura e delirio a Las Vegas o Edward mani di forbici sono nella lista di film che ho sempre voglia di vedere. Tanti altri sono i film di Johnny Depp a cui sono affezionato e molti sono i film che magari non mi piacciono ma in cui riconosco la sua straordinaria performance. Johnny Depp, diciamolo, è Johnny Depp. Mica pizza e Feltri. L’attore è stato recentemente oggetto di cronaca per via delle accuse di violenze ai danni dell’ex moglie Amber Heard. Definito «wife-beater» in un articolo del Sun del 2018, Depp ha provato a fare causa al giornale inglese. Il 2 novembre il giudice ha decretato che l’attributo – picchia-moglie – è ben dato dal momento che (almeno) 12 delle 14 accuse di Heard sono provate. Wife-beater, bugiardo e pure stronzo.

In tutta questa vicenda che è in realtà un drammaticamente solito copione, ci sono però molteplici aspetti bizzarri. Il primo è che, anche dopo la notizia che Depp abbia perso la sua causa contro il Sun, il produttore di profumi di cui era testimonial abbia deciso di riconfermarlo come tale. Eau de picchia-mogliè. Per di più, ciò che sconvolge è che, vuoi per il Natale, vuoi per il Black Friday o vuoi perché improvvisamente tutti vogliono odorare come un uomo che picchia la moglie, il profumo è andato a ruba. Infine, nel mondo all’incontrario in cui viviamo, c’è una terza anomalia legata alla vicenda. Pare infatti che siano iniziate qua e là diverse raccolte firme per chiedere l’esclusione di Heard dal cast di Aquaman 2 come punizione per la cattiva immagine che ora Johnny Depp ha per colpa sua.

Un po’ più complicata è la vicenda J.K. Rowling, creatrice di una delle icone più rilevanti dei nostri tempi, nonché dei personaggi più apprezzati di tutti i tempi. La storia è arci-nota: scartata da Oxford, lavora come segretaria ed è inizialmente stampata in sole mille copie da un editore che le chiede di firmarsi soltanto J.K. per non far capire di essere una donna. Rowling alla fine vince tutto e con il potere della sua immaginazione diventa una delle più amate scrittrici al mondo. Tanto brava a immaginare mondi magici e fantastici quanto limitata nel capire e rispettare il concetto di identità di genere. Più volte “beccata” ad appoggiare posizioni poco amichevoli nei confronti delle persone trans, la Rowling è alla fine venuta allo scoperto a giugno dichiarando la sua definizione, decisamente poco fluida, di donna.

La posizione dell’autrice quindi è stata criticata come transfobica e le sue dichiarazioni come un’ironia di cattivo gusto indirizzata a chi non si identifica in maniera tradizionale nei concetti binari di uomo e donna. Pur con qualche falò su TikTok (bruciare libri è qualcosa che puzza sempre e non solo di fumo), il thriller della Rowling uscito a settembre dove l’assassino è un uomo che si veste come una donna è andato a ruba e il nuovissimo libro uscito a novembre è un bestseller su Amazon. Boicottare la Nutella se hai un’allergia alle nocciole, la Rai se non hai una tv o Libero se vivi in Australia non è un gesto particolarmente rilevante. Ci si indigna, diceva quello, e ci s’impegna. E poi si chiude Instagram e si torna a leggersi un bel libro di un’autrice che adoriamo o a guardarsi un bel film con qualche sexy e famosa star di Hollywood.

Il personale è politico, dicevano quelle, e non fa mai male ricordarlo. Il personale, ciò che fa nella sua vita privata chi dispone di una certa fama, ha un significato politico che non può essere scisso dall’immagine pubblica. È facile distinguere la Rowling autrice dalla Rowling persona. Una è solamente un cognome sulla copertina di un libro che amiamo, l’altra è una stronza. Ancora più facile è separare l’attore dal suo personaggio pieno di perline e pistole. Possiamo voler bene al primo e criticare, disprezzare perfino, l’altro. Ma si tratta di una mistificazione se il credito che diamo a ciò che amiamo finisce per essere speso per portare avanti comportamenti o idee che detestiamo.

E tuttavia, si dirà, perdoniamo la misoginia di Hemingway o l’arroganza di Carmelo Bene e anzi li consideriamo aspetti fondanti del loro genio. Questo non solo perché il paragone Hemingway/Rowling, Bene/Depp regge poco, ma soprattutto perché ne consideriamo il contesto. La stima che sentiamo leggendo Il vecchio e il mare non è utilizzata, per ovvie ragioni, da Hemingway per criticare una legge attualmente al parlamento inglese sui diritti delle persone trans. La fascinazione che subiamo sentendo Bene leggere Leopardi non è usata da questo per portare avanti l’immagine dell’uomo selvaggio e mascolino che non accetta un rifiuto come risposta. Non che l’influenza culturale dei geni di ieri si annulli nel momento in cui muoiono; piuttosto, la loro immagine artistica e personale si pesa in rapporto alla società in cui hanno vissuto. Il mondo cambia e con esso la sensibilità su temi che, magari solo dieci anni prima, erano completamente ignorati dall’opinione pubblica. Rapidamente i personaggi e le idee diventano anacronistiche, superate, mummificate in una realtà che non è più e chiunque ha il dovere di comprendere e adeguarsi ai cambiamenti. Laddove tuttavia, alcune persone privilegiate siano così amate da potersi permettere di rimanere appiccicate al mondo di ieri, spetta a noi dar loro una scrollata e metterle in discussione.

E il personale, poi, è anche il nostro. Quello che compriamo, quello che leggiamo, il profumo che emaniamo; le persone con cui usciamo, il modo in cui le trattiamo, le posizioni che preferiamo a letto. Ogni scelta è un atto che significa qualcosa e trasmette un messaggio, finalmente, politico. Eppure, realisticamente, vivere la propria vita, il proprio personale, in maniera del tutto coerente con la propria visione politica del mondo è difficile. Le mille incoerenze e ipocrisie della vita di ogni giorno dimostrano che l’idea stessa di purezza è un estremismo che poco ha a che vedere con il mondo reale. Nondimeno, ci piace provarci. Il nostro piccolo “meglio che niente” quotidiano che ci fa credere che oggi abbiamo salvato un delfino dall’estinzione o una ragazza da una palpata sul tram.

Ci sono volte però in cui il “meglio che niente” è terribilmente sovrapponibile al “niente” stesso. Come quando decidiamo di smettere di comprare un giornale che non abbiamo mai comprato. Richiede un impegno, piccolo o grande, lanciare il proprio messaggio politico attraverso una scelta personale: lo sforzo di rinunciare a qualcosa che, accidenti a loro, prima ci piaceva.

Louis Miogati

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