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Riti funebri intorno al mondo, dall’antichità ai più recenti cimiteri ecologici

Una cosa è certa: moriremo. Ma che cosa ne sarà del nostro corpo dopo la dipartita? Fin dai tempi antichi ogni civiltà ha sviluppato riti funebri propri per accompagnare i defunti e le defunte nel loro ultimo viaggio, tenendo questo culto in grande considerazione. Alcune di queste civiltà, come quella greca, usavano accendere grandi pire; altre preferivano non bruciare i corpi, ma lasciarli intatti e in alcuni casi addirittura conservarli: uno degli esempi più suggestivi in tal senso è rappresentato dall’imbalsamazione, praticata in particolare dagli Egizi. In Italia uno dei popoli più intriganti per usanze funebri è quello etrusco, le cui necropoli sono visitabili ancora oggi in varie località tra le quali Tarquinia e Cerveteri, candidata come Capitale italiana della Cultura per il 2022.

La sepoltura nell’Italia del XXI secolo avviene essenzialmente in tre diverse modalità: inumazione, tumulazione e cremazione. Com’è facilmente immaginabile, il numero delle persone morte non può fare altro che crescere, pertanto molti cimiteri attraversano da tempo una fase di forte criticità dovuta alla carenza di spazi per sistemare nuovi resti. La tumulazione, ossia la deposizione delle spoglie in loculi sigillati, si è conseguentemente imposta sull’inumazione (ossia il seppellimento in terra); alcuni Comuni hanno aumentato le tariffe per le concessioni cimiteriali, mentre altri hanno messo a disposizione il bonus cremazione per frenare le necessità di ampliamento dei campisanti.

Dal canto loro le cremazioni sono in crescita, sebbene nel nostro Paese permangano delle limitazioni circa la dispersione delle ceneri e la procedura rimanga svantaggiosa dal punto di vista ambientale, a causa delle emissioni prodotte. Ecco perché, da qualche anno a questa parte, c’è chi propone un’alternativa affascinante: il cimitero ecologico. In alcuni Stati, specialmente di cultura anglosassone, è già una realtà e di recente anche l’Italia ha iniziato a muoversi in tale direzione: un progetto in fase di start-up, Capsula Mundi, sta lavorando alla realizzazione di capsule biodegradabili a forma di uovo che ospitino in posizione fetale il corpo non cremato. Tuttavia, dal punto di vista legislativo il nostro Paese consente al massimo (per ora) l’uso di urne biodegradabili, che Capsula Mundi produce e commercializza con tanto di istruzioni d’uso sicché i resti delle persone a noi care siano posizionati in prossimità di un nuovo albero o di uno preesistente, contribuendo alla creazione di un contesto verde e salubre.

Un’altra realtà interessante è rappresentata da Boschi Vivi, un servizio che promette di interrare le ceneri ai piedi di un albero prescelto. La cooperativa si prefigge l’obiettivo di recuperare e tutelare aree boschive altrimenti abbandonate, integrando così servizi cimiteriali e forestali. Il primo Bosco Vivo è stato inaugurato in Liguria nel 2018 e ci auguriamo possa essere l’apripista di numerosi altri luoghi del genere in giro per l’Italia. Se, infatti, anche il cimitero ecologico richiede molto spazio, si tratterebbe comunque di uno spazio sottratto alla cementificazione, oltre al fatto che un luogo tradizionalmente associato alla morte si convertirebbe in un’oasi di vita, un simbolo di rinascita e di rinnovamento, un polmone verde per il benessere di tutti e di tutte, un modo per la specie umana di tornare a partecipare al cerchio della vita al quale per molto tempo si è sottratta.

In tal senso, il cimitero ecologico si configura come la scelta più naturale possibile: i resti umani e di animali domestici, come avviene spontaneamente per quelli selvatici, sarebbero liberi di rilasciare alla terra sostanze nutritive utili all’ecosistema e in particolare allo sviluppo dell’albero designato come monumento funebre. Per chi rimane, quell’albero e quelli circostanti, insieme al parco da loro costituito, costituirebbe pertanto un luogo di pace e di riflessione.

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