DPCM di Natale

DPCM di Natale e avvisi Trenitalia? Hanno in comune il burocratese

C’era una volta… – Un re! – Diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un DPCM di Natale.* Non era un DPCM di lusso, ma un semplice pezzo di catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e riscaldare le stanze, rigorosamente in meno di 6 persone e con non più di 2 ospiti, alla peggio in compagnia di qualche minore di 14 anni.

Se lavorassimo da pendolari e ci spostassimo tra Comuni nei giorni prefestivi durante i quali vigeranno le disposizioni da zona rossa, il nostro incipit sul DPCM di Natale e di Capodanno potrebbe all’occorrenza trasformarsi in: c’era una volta un annuncio Trenitalia. Non era un annuncio di lusso, ma un semplice pezzo di carta, di quelli che nel vagone si mettono ai finestrini o sui sedili per accendere una lite e riscaldare gli animi, dal momento che a una prima lettura non se ne capirebbe neanche lontanamente il contenuto reale.

Esempi reali sono, per citarne un paio: «Il Gruppo FS Italiane, per ridurre al minimo la probabilità di esposizione al contagio, oltre a consigliare il proprio personale, come ottimale procedura comportamentale, di consultare un medico e rimanere a casa se affetti da sintomi influenzali ha diramato, in via precauzionale e fino al permanere dello stato di emergenza sanitaria, disposizioni particolari e di dettaglio al personale dipendente»**. Oppure: «È consentito, per singolo viaggiatore, il trasporto di un cane di taglia superiore, tenuto al guinzaglio e munito di museruola acquistando contestualmente al biglietto dell’accompagnatore (di qualsiasi tipologia), un biglietto di seconda classe al prezzo previsto per il treno utilizzato ridotto del 50% presso qualsiasi biglietteria o agenzia di viaggio abilitata (escluse le agenzie web)»***.

Non fosse abbastanza chiaro già così, diremo che questo articolo ha per protagonista il burocratese, termine usato in particolare a partire dagli anni Settanta per indicare con disprezzo il linguaggio pieno di tecnicismi, frasi arzigogolate, periodi ipotattici e volutamente nebulosi delle amministrazioni pubbliche. Servizi clienti, notizie rivolte al pubblico, FAQ, multe, notifiche a domicilio: tutti casi in cui ancora oggi l’ermetismo di certe locuzioni rende lenta, poco trasparente e molto mediata la comunicazione (cfr. Il burocratese di Michele A. Cortelazzo su Treccani). Né fanno eccezione, in questo atipico 2020, i DPCM (o decreti ministeriali) che nell’ordinamento giuridico italiano costituiscono «un atto amministrativo emanato da un ministro nell’esercizio della sua funzione e nell’ambito delle materie di competenza del suo dicastero» – chiarissimo, no?

C’è da dire che la complessità espressiva, da tradizione, è il riflesso della complessità e dell’ufficialità burocratica, non per forza con l’intento di imporre chissà quale superiorità legale, di multare gli uni o le altre con più frequenza o di cullarsi in una inattaccabile ambiguità. «Molto più spesso la difficoltà e l’oscurità della scrittura amministrativa nascono dal fatto che il dipendente pubblico riconosce come destinatario dei suoi testi non il cittadino che li legge, ma il superiore che li firma, oppure dalla convinzione che il modo più appropriato per marcare linguisticamente il decoro dell’amministrazione a nome della quale il dipendente scrive sia quello di usare una lingua complessa e lontana dalla lingua comune», annotava nuovamente Cortelazzo ben prima del DPCM di Natale che a una prima lettura ha confuso l’intera Italia.

Per una volta, di conseguenza, il nodo non sta tanto alla radice quanto nell’esecuzione pratica di molte relazioni tra autorità e grandi masse, che non si aggiorna e non tiene conto del cambiamento linguistico e dei tempi, oltre a essere caratterizzata da una tendenza alla pigrizia e a uno sciatto conservatorismo. In altre parole, se si è sempre fatto così è più comodo, economico e ragionevole stabilire che così continui a farsi, anche se concretamente si hanno il tempo, le competenze e gli strumenti esecutivi per scrivere in modo trasparente e di rapida comprensione tanto il DPCM di Natale quanto l’ennesimo avviso in cui Trenitalia si scusa da decenni per il ritar… cioè, disagio.

Dibattere, spiegare quanto più apertamente possibile il fenomeno e le sue falle per poi chiedere un cambiamento radicale è quindi parte integrante del problema, anzi, resta forse una delle poche strade a disposizione della popolazione per ricordare a chi scrive che scopo primario di un documento pubblico sono la sua funzionalità e fruibilità da quante più persone possibili, a prescindere dal loro livello di istruzione e di comprensione del testo, così come dal loro ruolo sociale, dalla loro età e dalla loro provenienza. Come pretendere altrimenti che ci si fidi di chi occupa posizioni di potere e che si applichino con naturalezza ed efficacia l’uno o l’altro provvedimento?

«Non voglio essere frainteso», chiariva non a caso Rosario Coluccia su Iuncturae tre anni fa. «Non ce l’ho con Trenitalia, viaggio spesso in treno, è comodo, si può lavorare, si guarda il paesaggio. Ma i dirigenti debbono parlare con i linguisti, l’obiettivo di un linguaggio semplice riguarda tutti. Se ne son resi conto alcuni comuni e alcune regioni, gli avvocati, i magistrati, i giornalisti, ecc. Tutti dialogano con i linguisti, l’obiettivo è comune: usiamo un linguaggio semplice, comprensibile a tutti, la comunicazione […] guadagnerà […] anche in precisione».

* Deroghiamo consapevolmente dalla nostra scelta di non ricorrere all’universale maschile nei contenuti che pubblichiamo solo per riprendere nella maniera più fedele possibile quello che avrete già riconosciuto come il celebre incipit de Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi.

** Vd. Trenitalia.
*** F. Sciumbata, Sono solo coincidenze? Proposte a Trenitalia per farsi capire (meglio) dai viaggiatori, EUT Edizioni, Trieste, 2017, p. 49.

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