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Mai dire mestruazioni: perché è necessario parlarne?

«Le parole sono importanti!», urlava Nanni Moretti in Palombella rossa, e utilizzarle correttamente per chiamare le cose con il loro nome lo è ancora di più, aggiungiamo noi. Forse è per questo motivo che espressioni come il marchese, le rosse, il barone rosso, inventate in maniera anche piuttosto originale per designare le incredibilmente più comuni mestruazioni, oltre a fare sorridere fanno riflettere.

Sono ancora molti i tabù legati al ciclo mestruale, tanto che parlarne apertamente in pubblico è spesso considerato fonte di vergogne e imbarazzo. Per qualche motivo, l’idea che una persona con una vagina sanguini una volta al mese viene infatti considerata grottesca e. quindi, relegata ai margini di una discussione, quando non direttamente evitata. Il meccanismo innescato da tendenze simili risulta però deleterio: più si evita di parlarne e più l’argomento diventa intoccabile, più si coopera alla creazione di strutture di esclusione.

In alcuni Paesi del mondo la disinformazione riguardo alle mestruazioni è, non per niente, una delle principali cause di disparità. Di ciclo non si parla, e quando accade l’argomento viene distorto attraverso il filtro della credenza popolare: in Uganda, per esempio, si ritiene che durante il flusso le donne non debbano passeggiare o attraversare la strada, venendo di fatto private della possibilità di raggiungere la scuola quando sono ancora adolescenti. A questo si aggiunge, nella maggioranza dei casi, la totale mancanza di accesso a beni primari come gli assorbenti, spesso troppo costosi e a loro volta ingranaggi che permettono allo stigma di concretizzarsi: prive di strumenti e di informazioni che ne rendano possibile l’utilizzo, le ragazze smettono infatti di frequentare le lezioni e abbandonano gli studi prima del diploma.

Un miglioramento in tal senso è stato realizzato dal lavoro volontario di The Pad Project, un’organizzazione no profit che soprattutto in seguito alla produzione del documentario Period. End of the sentence – premiato agli Oscar del 2019 – sta contribuendo alla sensibilizzazione dell’argomento mestruazioni attraverso la creazione di specifiche macchine per la produzione di assorbenti a basso costo nei Paesi in via di sviluppo. L’iniziativa ha permesso non solo di compiere diversi passi in avanti nello smantellamento di un pregiudizio nocivo, ma anche di renderlo produttivo, dal momento che l’installazione delle macchine ha consentito alle donne dei villaggi di fabbricare assorbenti in maniera autonoma e di rendersi economicamente indipendenti, divenendo un esempio per tutta la comunità.

Oltre a rappresentare un tentativo di porre un limite alla demonizzazione delle mestruazioni, il progetto getta luce su un’altra questione, di cui sembra non si parli abbastanza neanche in Europa: l’elevato costo di assorbenti, tampax e coppette, oltre alla celebre tampon tax, ossia l’IVA applicata ai prodotti di igiene femminile. Sovente nessuno di loro è accumunato a beni di prima necessità, anche se il ciclo si presenta ogni mese e anche se, pur non essendo le donne a volerlo, sono loro ad avere a che fare, in media, con il flusso per ben sette anni della loro vita.

La messa a punto di politiche mirate alla normalizzazione di un fenomeno costitutivamente normale potrebbe pertanto fungere da deterrente contro la realizzazione di meccanismi che non appianano le differenze e che, anzi, le incrementano. In Scozia, per citare un modello positivo, è stato approvato di recente il Period Products Bill, una misura che garantisce la distribuzione gratuita di articoli per il ciclo a chiunque ne abbia bisogno, in aggiunta a quanto già disponibile presso scuole e università, mentre in Italia l’Università Statale di Milano ha da poco approvato una mozione che permetterà l’installazione di distributori di assorbenti nei bagni delle facoltà accademiche.

La costruzione di una società consapevole e scevra da tabù è possibile, e parte in primo luogo dall’informazione. Parlare di mestruazioni è, di fatto, non solo incredibilmente semplice, ma soprattutto necessario, ecco perché dovrebbe partire dall’ente di formazione per eccellenza: la scuola. L’ideazione di corsi specifici per sensibilizzare sul tema attraverso una vera e propria educazione mestruale produrrebbe così effetti benefici a lungo termine, uno su tutti gli altri la consapevolezza che «ciclo mestruale» non è un’espressione importuna, bensì la corretta definizione di un fenomeno che riguarda il corpo di circa la metà della popolazione mondiale.

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