Azione: immagine rappresenta una decisione da prendere.

Cosa ci spinge davvero a fare ciò che facciamo?

Da ogni piccola azione quotidiana alle grandi sfide personali, tutto nella vita nasconde una motivazione più profonda, che è motore dei nostri comportamenti e delle nostre scelte. Anche ciò che sembra più banale viene fatto con uno scopo e caratterizza chi siamo e il nostro modo di vedere l’esistenza. La nostra routine serve a darci equilibrio e consapevolezza delle nostre capacità e del nostro ruolo all’interno della famiglia o della società: ritualità e ripetitività ci sorreggono nelle difficoltà.

 

Joan Baez, cantautrice e attivista statunitense, ha definito l’azione come «l’antidoto alla disperazione». L’essere umano è infatti un animale sociale, che trova nell’azione e nel riconoscimento della condivisione la propria realizzazione. Spesso le nostre decisioni sono in gran parte determinate dal contesto sociale in cui viviamo: lo sostiene Jonah Berger, professore alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, secondo il quale l’influenza sociale ci porta a emulare i comportamenti altrui o a fare l’esatto opposto per dimostrare di distinguerci, atteggiamento che nel suo libro Invisible Influence definisce “effetto snobbismo”.

 

Così, quando scegliamo di votare o di andare in palestra, lo facciamo pensando «voglio essere come loro» o «voglio essere il loro opposto»: le nostre scelte partono dunque da un cardine individuabile negli individui di cui la società in cui viviamo è composta. Ecco perché fattore temporale, geografico e culturale risultano determinanti, anche in materia di scelte finanziarie. La Arizona State University, non a caso, ha condotto un esperimento in cui soggetti americani e asiatici sono stati divisi, per poi dimostrare che i primi sarebbero disposti a investire in media più dollari nelle azioni costantemente apprezzate, mentre i secondi (per lo più di origine cinese) investirebbero la metà in tali azioni. Questo perché chi è di nazionalità americana considera “vincente” un titolo apprezzato e pensa che continuerà a crescere. Al contrario, chi vive nei Paesi asiatici di solito trova che le azioni ad alte prestazioni inizieranno presto a calare.

 

D’altronde, non tutto ciò che compriamo è volto a mantenere un sostanziale equilibrio: ecco perché talvolta abbiamo bisogno di uscire dagli schemi, superare i limiti e lanciarci in imprese che mettono alla prova le nostre capacità, dato che a muoverci sono anche la volontà di autoaffermarci e in una qualche misura quella di primeggiare. La competitività, dopotutto, è ciò che spinge molta gente a cimentarsi con un nuovo sport, una nuova lingua, un nuovo lavoro. Questo tipo di motore è senza dubbio un’arma a doppio taglio, efficace quando se ne fa buon uso e dannoso quando se ne abusa o non ne si ha abbastanza.

 

Troppa competitività può bloccarci nell’azione e renderci il risultato una schiavitù, mentre la sua mancanza può spingerci al passivismo, con il risultato che restare sul divano non ci sembrerà dannoso quanto lo è realmente. Ecco perché per riuscire nei nostri obiettivi sono necessari impegno e costanza: se ci lasciamo andare alla pigrizia o all’inattività non potremo affrontare l’Everest, ma dovremo iniziare il nostro percorso da mete più alla nostra portata, alzando volta per volta l’asticella. Questo ci darà misura di chi siamo, mentre manteniamo il nostro equilibrio e solidifichiamo la nostra consapevolezza nel tempo.

 

Spesso, compiendo piccole azioni non volte a uno scopo finale più grande, proviamo la sensazione di non mettere ben a frutto il nostro tempo, ma così non è. Lo scrittore francese Georges Bernanos, nel suo Diario di un Curato di Campagna, scriveva «Le cose piccole hanno l’aria di nulla ma ci dànno la pace. Sono come fiori nei campi verdi. Li crediamo senza profumo e tutti insieme danno balsamo all’aria». Sono il sale della vita e costruiscono pezzo per pezzo chi siamo e la vita che avremo.

 

Un’altra idea diffusa soprattutto in gioventù è che la concettualità venga a prescindere prima dell’azione, quando invece l’azione dà forma alla concettualità: senza di lei non c’è progetto reale che possa esistere. L’idea in sé e per sé è filosoficamente poco interessante, in quanto non è reale. In tal senso ci riferiamo alla concezione hegeliana che con la metafora della nottola, simbolo della dea della ragione Atena, identifica la filosofia come strumento per guardare alla realtà e agli eventi storici già accaduti nella loro totalità, creando così un forte nesso dialettico tra filosofia e storia, pensiero e azione, teoria e prassi.

 

Spostando il ragionamento sul piano personale, non è ciò che pensiamo a renderci chi siamo e a costruire la nostra esistenza, bensì la forma che prende il nostro pensiero astratto dopo essersi tramutato in azione: ciò che facciamo riflette chi siamo, mentre questo non è universalmente vero per ciò che pensiamo. L’azione, in ogni caso, non può mai sovrastare il pensiero, dal momento che ciò che facciamo è sempre stato prima pensato – magari nell’angolino più recondito della nostra mente, ma resta il fatto che è stato realizzato perché prima era stato partorito e “covato”.

 

«Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima», affermava non a caso Alberto Moravia nell’incipit del racconto L’Incosciente «l’azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde».

 

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4 pensieri su “Cosa ci spinge davvero a fare ciò che facciamo?

  1. Ottimo articolo, con parole chiare pone quesiti che uomini hanno indagato per millenni e ti proietta in un’interiorità immediata e chiara, senza ragionarci anni o una vita intera. Bellissimo il riferimento ad autori del passato, che ci fanno comprendere come la sostanza dell’uomo, in fondo, non sia cambiata. Complimenti! Ad averne giovani così

    1. Grazie Cristiana, trovo che i quesiti millenari siano la migliore ispirazione per ogni generazione alla ricerca di nuovi stimoli e nuove risposte.

  2. Articolo bellissimo ed intenso che mette in evidenza una grande capacità di analizzare con attenzione i nostri sentimenti e le nostre scelte di vita, complimenti anche per la chiarezza degli argomenti toccati.

    1. Ti ringrazio per le considerazioni, penso che il principale obiettivo dell’analisi sia proprio quello di aiutarci a raggiungere una maggiore consapevolezza nelle scelte di vita.

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