Cibo: è un immagine di palloncini che sorridono

Come vede il cibo il nostro cervello, tra ossessioni e senso di gratifica

Durante le festività natalizie, anche se non le abbiamo trascorse in compagnia come avremmo desiderato, il cibo l’ha fatta comunque da padrone. Intensificare le sessioni culinarie è stato utile per ravvivare le settimane di isolamento domiciliare e accendere un clima di convivialità salubre per l’anima. Si tratta, in effetti, di una necessità che va ben oltre il sogno di diventare MasterChef per un giorno. Quello che forse non riusciamo ancora a spiegarci, però, è il perché della concezione edonistica del cibo.

Partiamo dal presupposto che l’alimentazione è un comportamento istintivo, accompagnato da una gratificante sensazione di piacere che si manifesta durante l’ingestione del cibo. Ciò è dovuto al fatto che il nostro cervello atavico è biologicamente programmato per premiarci dopo l’ottenimento dei principali obiettivi della specie: sopravvivere e riprodursi. Il sistema dopamminergico delle proiezioni mesolimbiche gioca un ruolo chiave nella ricompensa comportamentale in generale ed è anche coinvolto nella regolazione del piacere associato all’alimentazione al livello del proencefalo, del nucleo accumbens (NAc) e dell’area ipotalamica laterale (LHA), storicamente nota come centro della fame.

La motivazione a cercare fonti di rimunerazione, inoltre, è stata evolutivamente guidata dall’urgenza di soddisfare i bisogni fisiologici primari (cibo, acqua, sesso), ma rappresenta un elemento altrettanto fondamentale nella nostra interazione con il mondo e tra di noi, perché la percezione delle sensazioni di fame e sazietà dipende anche da segnali non omeostatici (cioè non strettamente connessi alla sussistenza del soggetto), che trasmettono informazioni relative all’edonica, allo stress, alla situazione sociale o alle opportunità quotidiane.

«Amo cucinare, non per routine, perché la quotidianità trasforma tutto in noia, ma cucinare o, preparare semplicemente una tazza di caffè, è un gesto d’amore, una dimostrazione di affetto!», si legge nel romanzo L’assaggiatrice di Giuseppina Torregrossa, la quale, con un racconto sensuale e ricco di sapori, descrive l’amore per i piatti della cucina siciliana che lei considera come una delle maggiori debolezze umane. Insomma, nonostante sia stata necessaria una rivisitazione delle sessioni interminabili di abbuffate nel mese di dicembre, rimanere indifferenti di fronte al cibo è praticamente impossibile e le continue raccomandazioni nutrizionistiche ne sono la prova.

Piuttosto che essere solo un mero riflesso incondizionato al bisogno energetico, per di più, le abitudini alimentari sono il frutto di una dipendenza multifattoriale e sono mediate anche da aspetti socio-culturali, i quali a volte ci spingono a un surplus calorico o allo spreco di risorse. Non a caso, in una società moderna dominata più dall’abbondanza che dalla scarsità, succede spesso che si instauri un disequilibrio al livello del reward processing neurale, esattamente come viene chiarito nel saggio The Behavioral Neuroscience of Motivation, pubblicato da Eleanor H. Simpson e da Peter D. Balsam nel 2016. Ecco perché qualsiasi deficit di esperienze eudaimoniche sfocia inevitabilmente in una serie di intricati disturbi psichiatrici che ormai colpiscono una vasta popolazione. Gli effetti sono devastanti, non solo entro la sfera emotiva, ma pure sull’orientamento delle scelte a tavola.

Dall’altra parte, poiché le principali alterazioni del comportamento alimentare, ovvero l’ipernutrizione o l’anoressia, possono portare rispettivamente a obesità e a marasma (carenza cronica dei macronutrienti), la comprensione dei meccanismi neurochimici della regolazione del piacere alimentare può aiutare a sviluppare nuove terapie per queste malattie. Questo grazie anche al coinvolgimento di più figure professionali in campo psicologico e nutrizionale, dal momento che è necessario rendersi conto della futilità del calcolo delle calorie affidate all’app YAZIO, se intanto non si comprendono parallelamente i rischi di un rapporto innaturale col cibo.

Forse il segreto consiste, semplicemente, nel trovare una forma di felicità che non faccia ingrassare, senza fare troppo affidamento sull’affermazione della comica Geppi Cucciari secondo cui «Il problema non siamo noi che siamo grasse, sono le taglie che sono piccole». Di contro, però, non dovremmo nemmeno lasciarci assillare da eventuali rimorsi per i chili presi nei giorni di festa, visto che i presupposti per un aumento ponderale persistono per tutti i dodici mesi dell’anno e sono più legati alle nostre abitudini malsane settimana dopo settimana.

Se davvero il lunedì è il giorno migliore per intraprendere un nuovo stile di vita, allora l’inizio del 2021 potrebbe darci lo slancio giusto per stare meglio e modificare significativamente il nostro rapporto con il cibo.

(Articolo rivisto da Veronica Nucci)

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