Arte: L'immagine mostra uno spartito sul quale è stato posizionato un tablet che trasmette il video di un pianista allo scopo di dimostrare le varie forme dell'arte

Come ci rapportiamo all’Arte secondo “Soul”?

«Oh, è difficile trovare traccia divina in mezzo alla vita che facciamo […] riebbi in testa la dimenticata melodia di quel pianissimo degli strumenti a fiato: la sentii montare come una bolla di sapone […] luccicare, rispecchiare il mondo intero […] La mia stolta vita aveva pure qualche significato, c’era in me qualcosa […] che accoglieva i richiami di mondi lontani e sublimi».

Così scrive Hermann Hesse, ne Il lupo della Steppa. A parlare è Harry Haller, intellettuale dilaniato dal dualismo tra la sua parte spirituale e quella materiale. Un’eco simile si ritrova in Soul, nuovo film di animazione Disney-Pixar, il cui protagonista è un pianista jazz che precipita in un tombino il giorno del suo debutto accanto a una famosa sassofonista, cadendo in coma. La storia orbita attorno al desiderio e ai tentativi del suo spirito di ricongiungersi al corpo per realizzare il sogno infranto.

A muovere questa mia riflessione sono stati i commenti sotto un post di Facebook promosso da Disney+. C’era chi sosteneva, a nota di demerito, che la pellicola non avesse fatto «piangere abbastanza» e chi, al contrario, ribadiva che i «suoi figli» si fossero addormentati durante la visione. Poi, un commento lapidario: «il film non è adatto ai pargoli». Inoltre, il finale aperto e non definitivo, pare di difficile comprensione.

Per capire meglio il dibattito partiamo da una considerazione: gli autori Disney-Pixar hanno pensato al momento in cui si suona, si danza o si recita come a un principio di sospensione, durante il quale l’artista è dentro una bolla, a metà tra il mondo carnale e quello spirituale. L’Arte non è che uno strumento di connessione al proprio io, che, lungi da essere una deriva psicologica, diventa quindi l’essenza della nostra umanità, ciò che ci consente di contemplare e di maneggiare la Bellezza. Al di là della singola espressione, quest’ultima è un portale verso il mondo inteso come trama di significati: attraverso di lei forniamo e concepiamo il senso di ciò che ci circonda.

I commenti, invece, sono espressione di una realtà in cui ciò che conta è rapido e pronto all’uso. Il finale dovrebbe dar spazio all’immaginazione, mentre la sua apertura è letta come frattura e incompletezza. Forse, abbiamo la tendenza a valutare un film d’animazione in virtù delle lacrime che ci ha fatto versare, per via della nostra assuefazione a una tv che propina l’emozione dell’istante come unico metro di giudizio. Alla radio stessa passano successi che durano poche settimane, in una continua mutevolezza che è pura superficialità: concepire un’Arte che pretende tempo, concentrazione ed elasticità diviene perciò sempre più complicato, uno sforzo di fruizione quasi insostenibile.

Tuttavia, la vita del pianista di Soul incarna a sua volta un percorso costellato di errori e inciampi: dopo una serie di insuccessi, Joe si rassegna infatti a un impiego stabile da insegnante. Non essendo un musicista di professione, continua a inseguire quell’attimo di gloria capace di elevarlo a una condizione soltanto sognata. Esiste solo in attesa di quel fulgido istante, e, quando lo raggiunge, non può che rimanerne deluso. La sua condanna è scoprire che il momento in cui l’arte diviene professione è condannato a ripetersi quotidianamente.

Emerge così tutto ciò che gravita attorno a una performance: le prove, la frustrazione, la necessità di ristabilire ogni giorno un contatto con chi lavora insieme a noi. L’arte non è solitudine, ma si nutre della vita e di essa è somma espressione – non a caso Ventidue, l’anima che affianca il personaggio principale nel suo percorso, ripete costantemente che sta jazzando, mentre si meraviglia di tutto ciò che incontra. Ancor meno l’arte è espressione di un solo atto creativo, frutto di quell’immagine del genio in attesa d’ispirazione che la storia ci ha tramandato: è invece un mestiere, con tutto il carico di affanni che ciò comporta e con la medesima differenza che separa innamoramento e amore, dal momento che il secondo non può realizzarsi in un’eterna attesa con le farfalle nello stomaco.

La storia di Soul, dunque, non è che un pretesto: il dilemma che offre riguarda il nostro approccio a qualsiasi parto creativo, sia esso un cartone animato o un’opera lirica. Bisogna iniziare a distinguere tra ciò che può essere un legittimo e necessario svago e ciò che è necessario perché connesso alla nostra essenza. In tal senso, esperimenti come quello stesso di Chiara Ferragni agli Uffizi intristiscono perché sponsorizzano la fruizione di un museo, senza aggiungere profondità all’esperienza artistica di chi visita un luogo simile: tutto muore nel click di una foto o nell’imitazione di una posa da vip.

Molto diversi sono invece gli esperimenti di chi, seppure in pillole, crea un dialogo che in ogni caso prova ad adattarsi all’ormai universale habitat socio-mediale. Suscitare curiosità proficua, in altre parole, può essere una strada percorribile per salvaguardare una Bellezza di cui, forse, abbiamo dimenticato l’origine.

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