Cancel culture: l'immagine mostra un uomo il cui gesto indica di fare silenzio

Come trovare soluzioni senza dialogo? Di Marco Crepaldi, cancel culture e omologazioni

Tra virus pandemici, incendi continentali e tentativi di epurazione etnica vecchi e nuovi, il 2020 è stato un annus horribilis anche per un altro morbo che si insinua nella maglia sociale contemporanea: la cancel culture, anche detta «call-out culture» (dall’inglese to call out, ovvero chiamare a rispondere delle proprie azioni), ossia la tendenza da parte del grande pubblico a chiedere che persone di spicco smettano di ricevere visibilità in seguito ad azioni o a dichiarazioni controverse.

Per fare un esempio pratico abbastanza recente, Facebook e Twitter hanno deciso di sospendere l’account del Presidente uscente Trump in seguito alla famosa presa del Campidoglio con cui si sono aperte le danze del nuovo anno. E meno male, verrebbe da dire, dal momento che non solo non tutte le opinioni hanno lo stesso valore, ma alcune, se legittimate da esponenti in posizioni di autorità, possono avere conseguenze devastanti sulla tenuta del tessuto sociale. Eppure…

Un caso più controverso è quello di Johnny Depp. L’attore e la moglie, Amber Heard, si sono accusati a vicenda di violenza: nonostante la causa sia ancora in corso e non è pertanto possibile stabilire ufficialmente le responsabilità dei coniugi all’interno di una dinamica di coppia tossica,  la Warner Bros. ha deciso di rescindere comunque il contratto con la star alle prese col terzo capitolo della saga di Animali Fantastici, per evitare un ulteriore danno di immagine. Poco dopo, anche il colosso dello streaming Netflix ha deciso di rimuovere dal proprio catalogo i film in cui recita l’attore, sempre in virtù della cancel culture.

Potremmo stare giorni a discutere sul merito di tali decisioni; il punto è che quella sia stata una censura preventiva basata sull’esito di un processo ancora in corso, e dovrebbe far riflettere sull’opportunità di questi provvedimenti perché è evidente che l’intento delle aziende non è quello di punire un(a) dipendente per delle azioni deprecabili, quanto di ripulire la propria immagine di fronte all’utenza per mostrarsi sorridenti e progressisti. È ciò che il pubblico vuole.

E l’Italia? Non può certo dire di essere rimasta immune al fascino della deriva della cancel culture, e basta un nome per dimostrarlo: Marco Crepaldi.

Fino a giugno dell’anno scorso non lo avevo mai sentito nominare, salvo poi vedere i feed dei vari social monopolizzati dalla sua foto. La bagarre mediatica è scoppiata perché tale Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia e youtuber dalla crescita repentina,  ha dichiarato sui social che non vorrebbe rinascere maschio in quanto essere maschio è ormai, stando alle posizioni femministe più estreme, una sorta di peccato originale da espiare. Non l’uscita più accattivante che potesse fare, tanto da provocare fiumi di insulti, minacce e amenità varie al punto che lo stesso Crepaldi ha poi annunciato che per un po’ non avrebbe parlato di questioni di genere sui social e si sarebbe dedicato esclusivamente delle e degli hikikomori. Cultura della cancellazione.

Come si contrasta la disinformazione su Internet? Se da un lato è vero che non tutte le opinioni hanno lo stesso valore, dall’altro non capire perché una posizione sia sbagliata non ci aiuta a comprendere come mai sia giusto il contrario. Quello che si tenta di fare con la cancel culture, insomma, è cercare un ulteriore pretesto per appiattire la capacità critica e aderire alla moda socioculturale del momento. Evitare un confronto scomodo perché non si hanno gli strumenti per portarlo avanti e rifiutarsi di munirsi di tali strumenti non è altro che soppressione del dissenso, tanto più che, al netto delle premesse, alcune argomentazioni portate avanti dallo youtuber offrono spunti di riflessione interessanti e che lui è piuttosto aperto al dialogo.

Come facciamo a capire quale sia la soluzione migliore senza dialogare, senza mediare, senza approfondire? Non è possibile. Oltretutto, come postilla conclusiva, vorrei aggiungere che il putiferio scatenato sui social intorno alle dichiarazioni dello youtuber ha dato addirittura più visibilità all’antica diatriba dal gusto patriarcale – non il modo migliore per «cancellarla», in effetti.

 

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