Aborto: l'immagine mostra una protesta.

Che relazione c’è tra le proteste antiabortiste e i ricatti emozionali?

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di aborto, soprattutto in seguito all’improvvisa entrata in vigore in Polonia, con valore di legge, della sentenza della Corte costituzionale che lo vieta anche in caso di malformazione del feto. Light Magazine aveva dedicato una riflessione sull’argomento, in cui se ne analizzavano i punti cruciali e si focalizzava l’attenzione sui punti che hanno fatto discutere le controparti; mentre si cerca di prescindere dalle motivazioni ideologiche alla base dei movimenti antiabortisti, a risultare ancora contraddittorie sono le modalità d’azione dei movimenti coinvolti nel dibattito.

Per esempio, è di qualche giorno fa la notizia di un sit-in organizzato di fronte all’ospedale San Gerardo di Monza da parte di un’organizzazione antiabortista che ogni venerdì, vale a dire nei giorni in cui la clinica effettua l’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg), si riunisce con cartelloni e bambolotti per esprimere dissenso. Un episodio in fondo simile a quello accaduto nel 2019 durante il Congresso mondiale delle famiglie a Verona, in cui erano stati distribuiti, a mo’ di gadget, feti di gomma accompagnati dalla scritta «L’aborto ferma un cuore che batte!» con l’intento, a detta di chi aveva organizzato l’evento, di sensibilizzare sul tema.

Testimonianza video de La Repubblica, 11 aprile 2018

Il rischio di queste metodologie è che vengano associate ai meccanismi propri del ricatto morale o emozionale. Nel saggio Emotional Blackmail (Harper Collins, New York, 2007) Susan Forward, celebre terapista statunitense, collega infatti a doppio filo il fenomeno in questione a un comportamento manipolatorio in cui si tende a far leva sulla sensibilità altrui innescando dubbi e sensi di colpa pur di raggiungere un determinato obiettivo. Forward sottolinea che il ricatto emozionale può condurre a dinamiche di condizionamento e azionare cortocircuiti a livello sociale.

Nei casi citati l’utilizzo di un’immagine forte dal punto di vista emotivo potrebbe concorrere alla creazione di un senso di colpa latente in chi la guarda, contribuendo a mettere in moto il meccanismo teorizzato dalla terapista. Se emotivamente sollecitata, dunque, una porzione di società potrebbe lasciarsi condizionare e, nel caso dell’aborto, colpevolizzare le donne che vi hanno fatto ricorso, inasprendo una narrazione che già troppo spesso ne fa oggetto di biasimo e di incomprensione.

La varietà di opinioni, come anche il conflitto tra di loro, è alla base di una società consapevole, motivo per cui sarebbe inopportuno sostenere la validità di alcune contro l’erroneità di altre. Dato ciò per assodato, però, di fronte a questioni come quella dell’aborto – che si pongono sul piano dei diritti e al di là della comune distinzione tra bene e male – bisognerebbe fermarsi e riflettere: l’interruzione volontaria di gravidanza è una scelta, in determinati casi addirittura una necessità, e in quanto tale necessita di essere compresa.

Sensibilizzare è doveroso e una maggiore conoscenza di questo argomento, finora solo superficialmente esplorato, sarebbe da attuare anche attraverso canali nuovi e più vicini alle comunità, come le scuole, dove sarebbe auspicabile l’introduzione di un modulo di educazione sessuale, al pari di quanto avviene già in alcuni Paesi europei (tra cui Germania e Francia). Dopotutto, ampliare e rendere sempre più inclusivi certi diritti è alla base di una società democratica, e comprenderli e renderli effettivi lo è ancora di più.

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