Barbie

Come le Barbie si stanno adattando alle esigenze sociali, dall’inclusività all’empatia

Il 9 marzo 1959 nasce, da un’idea di Ruth Handler, la bambola oggi più famosa al mondo: Barbie. Da allora, la sua evoluzione non ha mai riguardato unicamente la sua fisionomia e nel corso degli anni questa eterna icona di stile ha sempre dovuto restare al passo di nuovi standard culturali e delle conseguenti continue pressioni da parte della società. Del resto, non ci si aspetterebbe diversamente da un giocattolo che, in quanto tale, è uno strumento fondamentale per lo sviluppo psicologico e cognitivo delle nuove generazioni.

Sebbene il lavoro di rebranding sul celebre marchio non si sia mai arrestato, solo negli ultimi tempi si è deciso di mettere in commercio bambole più basse e/o più curvy, che prendessero le distanze dall’ideale di un modello estetico impossibile da raggiungere, celebrando piuttosto la bellezza della diversità e l’impatto positivo che i giocattoli possono avere sull’inclusività e sulla percezione di sé.

Proprio con l’intento di rimuovere qualsiasi etichetta dai giocattoli aventi scopo pedagogico, oltre che di svago, sono state lanciate sul mercato Barbie che abbracciano, nell’aspetto, molte più etnie rispetto alla ormai celebre versione caucasica e bambole della linea Creatable World, libere dal concetto di genere. L’effetto di profondi cambiamenti nel fashion doll design è stato senza dubbio ambivalente: nel tempo, da una parte, ha attirato innumerevoli accuse di natura ideologica, mascherate da critiche a una supposta strategia di marketing “astuta”, mentre dall’altra parte ha ricevuto i ringraziamenti di madri e padri che hanno visto ascoltate le loro crescenti preoccupazioni sulla mancanza di modelli reali di comportamento.

A questo proposito va ricordato il brand Shero, che la Mattel ha lanciato nel 2015 per realizzare miniversioni di grandi donne con un ruolo importante nella storia, o che stanno scrivendo il nostro presente. Il progetto di empowerment femminile che esalta la carriera lavorativa delle donne, senza però relegarle a dei nuovi stereotipi, ha proseguito la sua ascesa con le collezioni di Barbie Shero Inspiring Women, il quale omaggia, per esempio, l’aviatrice Amelia Earhart, la matematica della NASA Katherine Johnson, la campionessa di scherma musulmana Ibtihaj Muhammad, la capitana della Juventus e della nazionale di calcio femminile Sara Gama e l’atleta paralimpica Bebe Vio.

Visto il successo ottenuto, la Mattel continua a invitare alla condivisione dei riferimenti femminili di ispirazione tramite l’hashtag #MoreRoleModels, che proprio nel mese di marzo di quest’anno ha permesso il debutto della bambola di Cristina Fogazzi, nota imprenditrice digitale, nel ruolo di prima Barbie Role Model italiana del 2021.

L’intenzione di consolidare la valenza pedagogica, già non indifferente, di Barbie si sposa con i risultati ottenuti da un team di ricerca del Centro di Scienze per lo Sviluppo Umano dell’Università di Cardiff, che nel 2020 ha condotto uno studio per dimostrarne le ripercussioni sul rafforzamento dell’empatia. Un monitoraggio dell’attività cerebrale tramite neuroimaging su soggetti di età compresa tra i 4 e gli 8 anni ha infatti permesso di riscontrare l’attivazione delle regioni cerebrali associate all’elaborazione delle informazioni sociali mentre si utilizzava, in solitaria o in compagnia, il playset fornito.

Ciò non dovrebbe stupirci, dato che migliaia di persone ricordano di aver trascorso intere giornate insieme alle Barbie, rendendole le proprie fedeli compagne di viaggio, a scuola così come nell’ambiente domestico: abbiamo rasato loro i capelli per fortificarle, le abbiamo marchiate con i pennarelli per farle sentire parte di una gang o di una rock band attraverso un tatuaggio; le abbiamo sfregiate con l’asciugacapelli e abbiamo amputato loro gli arti per trasformarle in eroine di guerra, o in sopravvissute a incidenti stradali avvenuti alla guida della Cabrio o del loro scooter rosa, mentre percorrevano il corrimano delle scale.

In altre parole, chiunque le abbia usate a scopo ludico, ha anche creato, a partire dai pochi modelli iniziali di bambole bionde con un vitino da vespa e gambe affusolate, infinite storie candidabili ai Premi Oscar. Si ama davvero proiettare in un giocattolo i propri desideri già dai primi anni di età, ecco spiegato il motivo per cui probabilmente la Mattel sta ampliando sempre di più questa narrazione attraverso i suoi prodotti commerciali, opinabile o meno che sia la sua scelta.

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