cina: immagine rappresenta una donna per un articolo dedicato al nuovo codice civile che agevola le donne in CIna

Cina, femminismo e lavoro salariato: a che punto siamo?

Dal 1° gennaio 2021 è entrato in vigore il primo codice civile cinese: fino a oggi, infatti, la Cina non ne aveva uno vero e proprio poiché l’economia era in rapido mutamento e si era preferito stipulare delle leggi ad hoc. Tuttavia, le riforme economiche iniziate alla fine degli anni ‘80 hanno portato avanti un progressivo interesse nei confronti del diritto romano, al punto da arrivare alla stesura di un codice ad esso ispirato.

Tra le novità introdotte, in particolare, è degno di nota l’art. 1088: «Quando un coniuge è aggravato da compiti addizionali di educazione della prole, accudimento delle persone anziane o assistenza dell’altro coniuge nel suo lavoro, ha il diritto di ricevere dovuta compensazione nella causa di divorzio». Grazie a questa specifica, una donna cinese, nel febbraio 2021, ha avuto la possibilità di richiedere una somma a titolo di risarcimento per i lavori di cura svolti senza la partecipazione del marito. La possibilità di un pagamento per i lavori domestici non è tuttavia una novità in senso stretto: già negli anni ‘70 in Cina, infatti, esponenti del movimento femminista ne propugnavano la possibilità, nell’ottica di una lettura più ampia dei rapporti di lavoro.

Silvia Federici, nel suo articolo Contropiano dalle cucine apparso all’interno dell’opera Genere e capitale – per una lettura femminista di Marx (2020), attaccava duramente la posizione di Carol Lopate che, nel suo scritto Women and pay for Housework del ‘74, sminuiva la richiesta della paga, riducendola a disponibilità di denaro proprio e non concependone la portata politica. La definiva inoltre una richiesta perlopiù italiana, paese dove le casalinghe sono in numero maggiore rispetto alle lavoratrici.

La Federici, invece, ritiene che a essere dimenticati sono gli effetti del lavoro riproduttivo: le donne che lo svolgono, infatti, si occupano di sostenere attivamente il sistema capitalistico, garantendo al coniuge un ambiente confortevole, il disimpegno dalla cura dei figli e delle figlie, pasti caldi e stabilità affettiva, ma non essendo queste attività legate ad un salario, vengono sminuite e non considerate un lavoro. Poiché i rapporti di potere sono legati al riconoscimento della paga, allora, un servizio reso ma non retribuito non esiste né a livello sociale né politico. Non sono perciò importanti la ricerca di fondi per sostenere una simile proposta, così come la necessità stessa della rivendicazione.

La Cina, con quell’articolo e con quella sentenza, ha ora ufficialmente riconosciuto, seppur con una cifra irrisoria, il valore del lavoro di cura e il sacrificio che si richiede alle donne nel momento in cui si affida loro l’intero carico emotivo. Si riconosce che svolgere lavori domestici e assistenzialistici alla famiglia ha spesso come conseguenza l’annullamento della propria carriera e delle proprie aspettative e che, se la famiglia si rompe, ci si catapulta in un mondo del lavoro altamente performativo, da cui si rischia facilmente l’esclusione. L’educazione della prole implica, inoltre, uno sforzo fisico e psichico che non ha orari e che non può avvalersi di ferie.

Del resto, la Federici sostiene che non basta avere un’occupazione al di fuori dello spazio domestico per sopperire al problema, poiché il primo non esclude i ritmi serrati del secondo, anzi lo condiziona, pesando doppiamente sulla persona. Basti pensare ai dati raccolti recentemente, che hanno evidenziato che, durante il periodo segnato dalla pandemia, a perdere il lavoro sono state per la maggior parte le donne: questo accade perché tendono ad accettare più facilmente un lavoro precario o part-time, spesso conciliabile con l’assistenza alla prole o alle persone anziane non autosufficienti. Anche il remote working, infine, ha contribuito a chiudere ulteriormente le donne in casa, facendo sì che, tra i lavori di cura e non, sfumassero sempre di più certi confini.

Tra le rivendicazioni del movimento femminista e la posizione della Cina intercorre una differenza riguardante l’ente che dovrebbe compensare questo lavoro: se per il primo è lo Stato a doversene occupare, nel secondo caso la faccenda viene ritenuta una dinamica da privatizzare. E il vero problema non riguarda tanto e solo una conciliazione fra le due prospettive, quanto piuttosto il nuovo senso che possiamo attribuire ai gesti quotidiani.

Un impulso positivo è giunto in questo senso dalla campagna pubblicitaria condotta da Ikea sui social: assieme alle foto di elettrodomestici, campeggia la scritta «Quando dici ‘posso aiutare’ stai dando per scontato che la responsabilità sia della donna». Lo scopo, quindi, è rimettere in discussione quei valori acquisiti e ormai incancreniti al fine di ricalibrarli sul presente e sulle nuove esigenze di una società in cerca di uguaglianza e parità.

(Articolo rivisto da Veronica Nucci)

 

Se ti è piaciuto questo articolo potrebbe interessarti anche questo:
Come le Barbie si stanno adattando alle esigenze sociali, dall’inclusività all’empatia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *