Libertà d'espressione: l'immagine mostra un aeroplanino di carta la cui coda sta bruciando

Il caso Sanaa Seif e Yuri Dmitriev, o di quel che resta della libertà d’espressione

Negli ultimi anni, la platea della pubblica opinione ha spesso riproposto, per ragioni più o meno valide, l’inesauribile dibattito sulla libertà d’espressione. Per le persone nate e cresciute in democrazia, di fatto, avere un’opinione e poterla esprimere sono entrambe azioni di riflesso, indiscutibili e date troppo spesso per scontate. Eppure, chi si ritrovasse a volgere lo sguardo oltre i propri confini, assumendo una prospettiva onnicomprensiva, si renderebbe presto conto di quanto ciò che diamo per assodato “a casa nostra” possa non esserlo altrove.

È questo il caso di alcuni episodi accaduti in Egitto in tempi recenti: il 17 marzo Sanaa Seif, attivista per i diritti umani, è stata condannata a un anno e mezzo di carcere da un tribunale del Cairo per diffusione di false notizie, uso improprio dei social media e oltraggio a pubblico ufficiale. Le accuse, prive di fondamento e ideologicamente connotate, sarebbero scaturite in seguito alla pubblicazione di alcuni post nei quali Seif – sorella di Alaa Abdelfattah, anche lui attivista e attualmente prigioniero di coscienza – denunciava la cattiva gestione dell’epidemia all’interno delle carceri egiziane, in particolare quello di Tora, nel quale, dal febbraio dello scorso anno, è rinchiuso in custodia cautelare anche Patrick Zaki.

Le autorità egiziane non sono nuove a simili macchinazioni, orientate alla brutale repressione di qualsiasi forma di dissenso per scoraggiarne la diffusione. Secondo alcune stime, infatti, nel 2019 il regime di Abdel Fattah al-Sisi ha arrestato almeno 2300 persone che manifestavano pacificamente, senza contare le incarcerazioni arbitrarie di attivisti e attiviste per i diritti umani. Tali meccanismi di repressione hanno ricevuto il biasimo delle Nazioni Unite, che hanno recentemente invitato le autorità egiziane a interromperne la persecuzione e a rilasciare immediatamente oppositori e oppositrici politiche.

Situazioni del genere non sono, come si potrebbe pensare, così tanto estranee ai contesti europei. In Russia, infatti, nel luglio del 2020 lo storico Yuri Dmitriev è stato condannato a tre anni di prigione per le accuse, poi rivelatesi infondate, di violenza sessuale ai danni della figlia adottiva. L’arresto di Dmitriev è strettamente collegato ad alcune delle sue attività di ricerca sul sistema concentrazionario dei Gulag e, in particolare, al ritrovamento nel 1997 di fosse comuni contenenti i resti migliaia di corpi nel bosco di Sandarmokh, la cui memoria lo storico ha contribuito a tener viva grazie anche alla costruzione di un memoriale in commemorazione delle vittime, uccise nell’arco di 15 mesi tra il 1937 e il 1938.

L’attuale condizione dell’intellettuale è, inoltre, lo specchio del complesso sistema giudiziario russo. Non a caso, su oltre 2000 processi istruiti in Russia nel 2019 soltanto lo 0,36% si è concluso con un’assoluzione, un dato di per sé preoccupante se si pensa che in Italia, nel 2018, più del 20% dei processi si è concluso con l’assoluzione dell’imputato in primo grado.

Tenere vivo il dibattito riguardo alla libertà d’espressione e d’opinione è di primaria importanza, non soltanto perché alla base di qualunque nazione democratica, ma anche e soprattutto per fare in modo che storie come quelle di Sanaa, Yuri e molte altre persone ricevano l’attenzione che meritano. È facile, se ci immergiamo nella nostra piccola realtà, dimenticarci di guardare a orizzonti diversi e apparentemente distanti dai nostri; e tuttavia è indispensabile rammentare che i diritti del singolo individuo sono, al contempo, diritti universali inalienabili e che come tali andrebbero tutelati, attraverso l’informazione e la sensibilizzazione.

 

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