Cara arte, dove sono le donne? Alla riscoperta di un canone mutilato

Il gruppo di restauro Advancing Women Artists, guidato da Linda Falcone, ha l’obiettivo di recuperare le opere d’arte italiane create da mano femminile. In due anni di ricerche, negli archivi di musei e collezioni private della città di Firenze sono state identificate circa 2000 opere appartenenti ad artiste dimenticate. La missione del gruppo è identificare, approfondire e catalogare dipinti e sculture di artiste, in particolare nel panorama fiorentino, documentare il loro valore artistico e riportarli alla luce. Falcone ha dichiarato che questi quadri non sono mai stati cercati prima, perché, fino a oggi, non era venuto in mente di chiedersi: dove sono le donne?

Fin dall’infanzia, infatti, molte persone vengono abituate ad abbracciare canoni artistico-culturali ben precisi, dominati dall’uomo e dalla sua figura, come è stato – e continua a essere – per quasi tutti gli esercizi del sapere. E non solo: è vero che, nella storia dell’Occidente, artiste, filosofe, scrittrici e musiciste sono state rare, ma non assenti. Di solito, però, non diamo loro particolare importanza, né abbiamo l’inclinazione ad attribuire il giusto spessore a coloro che vengono viste solo come delle eccezioni.

Tuttavia, questa abitudine è diventata troppo evidente per essere ignorata. È il caso, per esempio, di Grazia Deledda: la scrittrice non è stata solo la prima e unica donna italiana ad aver vinto il premio Nobel per la Letteratura, ma anche l’unica a vincerlo per la prosa, a differenza dei suoi omologhi maschili che lo hanno vinto per la poesia e il teatro. Il Nobel sembrerebbe dissipare ogni dubbio circa il suo universale valore, oltre a suggerire la necessità di attribuirle un posto nelle antologie scolastiche. In altre parole, Deledda dovrebbe essere una delle autrici portanti del nostro canone, ma così non è.

Ne Il secondo sessoSimone De Beavuoir aveva indagato nel 1949 alcune delle ragioni dalle quali nasce l’apparente subalternità artistica femminile in Occidente: nella sua opinione, ciò era dovuto alla condizione di minoranza in cui le donne versano, a beneficio della volontà di potere degli uomini. E anche oggi, persino nell’eccezionalità, i pilastri della creatività femminile, a scuola, non vengono studiati come si dovrebbe: la stessa Deledda, per non parlare di Mary Wollstonecraft, Olympe de Gouges, Christine de PizaneFigure mai percepite come abbastanza valide da essere inserite nel nostro listone (e canone) dei classici imperituri.

Dunque, moltissime artiste, filosofe e scrittrici sono state quasi cancellate dal nostro passato, per via della nostra mancanza di educazione a guardare alle differenze di genere. Sarebbe forse inopportuno gridare alla censura ogni qualvolta si senta parlare – peraltro impropriamente – di cancel culture, però in casi come questo è pur vero che ci sono secoli di storia del nostro passato da riesumare e rileggere con nuovi metri di giudizio. Guardare al passato con gli occhi del presente, senza correre il pericolo dell’anacronismo, è un esercizio mentale complesso e faticoso: ogni epoca ha il compito di portare un punto di vista originale sulla storia, e la nostra in tal senso non fa eccezione.

Sappiamo, d’altronde, che lo spirito del tempo influenza sia la cultura contemporanea sia la cultura del passato. E Oggi sembra che lo spirito dei tempi stia finalmente iniziando ad allinearsi dalla parte di artiste e autrici: occorre studiare il passato attraverso le nostre lenti, ma anche individuare le lenti con le quali il passato guardava a sé stesso, e imparare ad applicarle tanto alle epoche precedenti quanto alla nostra. Questo è l’unico modo per costruire un canone di presente inclusivo e indipendente, e per scoprire che talvolta il passato può sorprenderci, com’è accaduto al collettivo AWA; così facendo, arriveremo a scoprire parti della storia della nostra cultura mai analizzate.

Parallelamente all’opera di AWA, anche il Rijksmuseum di Amsterdam ha sottoscritto un’iniziativa simile, ricollocando alcuni quadri di artiste che verranno mostrati per la prima volta nella Gallery of Honor. Jenny Reynaerts, curatrice delle opere risalenti prevalentemente al XIX secolo, ha affermato che «le artiste donne ci sono state da sempre, ma sono state molto meno visibili della loro controparte maschile». In altre parole, tutto dovrebbe originare dalla consapevolezza che la narrazione che noi abbiamo assimilato del nostro passato artistico, letterario e filosofico non è neutra, e riflette gli equilibri di potere su cui è basata la nostra società.

«Il canone letterario italiano e il discorso critico si presentano come discorsi maschili, permeati di valori patriarcali», ha scritto guarda caso Alberica Bazzoni in un recente articolo intitolato Canone letterario e studi femministi. Dati e prospettive su didattica, manuali e critica letteraria per una trasformazione dell’italianistica. Sarebbe quindi troppo semplice parlare di cancel culture, quando in realtà è necessario discutere affermazioni problematiche e che rischiano di oscurare un passato privo di qualunque forma di uguaglianza di genere, se non di molte forme di libertà d’espressione.

Dopotutto, riappropriarsi del canone serve anche a questo: ad arginare l’ignoranza, a spostare il dibattito su tematiche fino ad ora sono ignorate o maltrattate, e a ripartire da lì.

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