Resilienza: concetto spiegato attraverso l'immagine di alcuni birilli di colore chiaro e un unico di colore più scuso caduto a terra

Repubblica democratica fondata sulla resilienza, ma a (s)vantaggio di chi?

«Le parole sono importanti»: un mantra talmente pervasivo nel linguaggio quotidiano da essere ormai inflazionato e privo di reale significato. La parole sono importanti, giusto, ma le parole seguono anche le mode e possono raccontarci tanto di una società in un dato momento storico.

Per esempio, una parola che negli ultimi anni si è diffusa a macchia d’olio è resilienza. Una parola talmente di moda che persino l’attuale governo ha deciso di usarla per titolare una delle maggiori manovre finanziare della storia italiana – suggerendo, ovviamente, una precisa concezione della società e del ruolo delle istituzioni in essa.

Il concetto di resilienza è preso in prestito dalla meccanica, dove indica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza subire danni strutturali. Negli ultimi tempi è stato riadattato per indicare la capacità di superare le avversità della vita e tornare in fretta a uno stato d’animo gioviale e conforme alla vita sociale; dal punto di vista culturale, cosa ci suggerisce tanta attenzione su questo valore?

Ci hanno spiegato (per non dire inculcato) a suon di foto di fiori in bianco e nero e frasi a effetto sui social network che la resilienza è fondamentale per vivere nella società moderna; che nella vita succedono cose brutte e la vera forza sta nel saperle superare; che subiamo urti ma, grazie alla nostra elasticità e resilienza, siamo in grado di superare le peggiori avversità in barba a chi ci vuole male. A chi, appunto, ci ha colpito.

Porre un focus così grande sulla necessità di sapersi riprendere dai momenti bui senza alcun aiuto esterno, però, alla lunga serve proprio a giustificare chi quell’aiuto non vuole darlo. Sostanzialmente è un modo nemmeno troppo velato per spostare la responsabilità di un torto da chi lo commette a chi non riesce ad affrontarne le conseguenze, per rimarcare quanto sia deprecabile cercare aiuto, rinforzando lo stigma contro diverse forme di debolezza – siano esse fisiche, psicologiche, economiche o relazionali – e, in ultima analisi, semplicemente lavarsene le mani: victim blaming.

Cosa succede, invece, quando un governo decide di utilizzare la parola resilienza in un documento ufficiale? A primo acchito verrebbe da dire che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sia studiato per apportare le modifiche infrastrutturali necessarie all’Italia affinché diventi finalmente un Paese resiliente a catastrofi di caratura internazionale quali crisi finanziarie e pandemie.

Già così, ci sarebbe da riflettere sulla sfiducia che le istituzioni nazionali hanno nella comunità internazionale, giustificabile solo in parte: se da un lato è vero che le maggiori potenze industriali del pianeta aspettano solo l’occasione giusta per inondare i mercati esteri con le loro esportazioni a scapito della produzione locale, dall’altro è altrettanto vero che gran parte dei fondi comunitari è andata perduta per l’inefficienza congenita dell’amministrazione nostrana che ha dovuto restituire il 62% dei fondi europei erogati per il periodo 2014-2020 perché non in grado di investirli entro le date stabilite. Il problema, quindi, sta più nell’imparare a prendere la mano che ci viene porta piuttosto che farne a meno.

Resta comunque più interessante riflettere su quali siano le implicazioni di uno stato «resiliente». Leggendo le proposte che l’esecutivo guidato da Mario Draghi presenta in questi giorni ai vertici europei, non riesco a non farmi un’idea di Stato quasi punitivo nei confronti delle categorie della popolazione più deboli; come se non volesse rendere il Paese più resiliente, ma imporre questa resilienza alle fasce più fragili. A cominciare proprio dalla quantità di fondi allocata per la ricostruzione del Mezzogiorno, il famoso 40% delle risorse territorializzabili (cioè gli investibili nel territorio e non riservati a una ristrutturazione dell’apparato amministrativo centrale).

Una quota decisamente alta se rapportata alla popolazione (34%) e al PIL prodotto dalle regioni meridionali (27%), ma comunque insufficiente a costruire praticamente da zero un indotto che sia in grado di autosostenersi e rigenerare l’economia del territorio. Un ragionamento demografico ed economico, inoltre, che ignora deliberatamente l’immigrazione interna, ovvero lo spopolamento delle regioni meridionali dovuto alle secolari carenze di prospettive per le nuove generazioni.

Eppure, stando al governo, non sarebbe possibile allocare più risorse nemmeno volendo, dal momento che, storicamente, l’amministrazione locale non riesce a espletare la burocrazia necessaria a investirle nei tempi limite; e se da un lato è vero che è impossibile approntare una soluzione efficace che superi l’impasse degli enti territoriali in tempo per l’appuntamento con NextGenerationEU, dall’altro rimane il sospetto che la tematica non verrà mai affrontata. In poche parole: se non sai gestirti i pochi soldi che hai, arrangiati.

Scendendo più nel dettaglio, vediamo che persino ai capitoli più virtuosi quale quello su istruzione e ricerca che si vede aumentate le risorse per la prima volta in decenni, vige comunque un principio di punizione delle persone più fragili. All’aumento di quelli dedicati alla ricerca e ai corsi professionalizzanti, infatti, fa da contraltare una diminuzione dei fondi destinati a borse di studio e alloggi per fuori-sede. In poche parole: se non puoi permetterti di studiare, arrangiati.

O alla voce «Inclusione e Coesione», che pure vede aumentati i fondi destinati ai progetti di Servizio Civile Universale, in cui non viene menzionato l’attuale sistema di accoglienza di migranti e richiedenti asilo, da anni ormai palesemente insufficiente a garantire la più basilare dignità umana alle migliaia di persone che affrontano viaggi interminabili con la sola speranza di raggiungere un luogo in cui sia ancora possibile sperare di farsi una vita. E d’altronde come potrebbe, se la prima missione diplomatica di Mario Draghi era mirata a plaudire gli sforzi delle autorità libiche nel contrasto alla migrazione clandestina? Ancora una volta, in poche parole: se nasci in un luogo che non ti garantisce nemmeno la sopravvivenza, arrangiati.

In conclusione, tra belle promesse di ecologia, ammodernamento e ritrovata equità sociale, il filo conduttore della manovra economica sembra essere sempre lo stesso: privilegiare l’efficienza produttiva e lasciare indietro chi non riesce a sostenere ritmi funzionali a una società che ci vuole indistruttibili, infaticabili, inossidabili. Macchine.

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