HIV: l'immagine mostra la scritta HIV fatta con delle pillole e una serie di blister e compresse.

Vademecum dell’HIV pt I. – Da piaga sociale a problema sanitario

Le iniziative di coesione sociale promosse per la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, celebrata lo scorso 17 maggio, e il sostegno mediatico al Ddl Zan hanno permesso di veicolare un messaggio di rispetto e inclusione verso i diversi orientamenti sessuali e le varie identità di genere. Tuttavia, il recente dibattito politico ha riacceso i riflettori anche sulla stretta connessione tra atteggiamenti istituzionali ostili nei confronti della comunità LGBTQIA+ e un più alto rischio di contagio da HIV (Human Immunodeficiency Virus), una ferita ancora aperta che continua a rappresentare un oltraggio per l’intera società.

Visto che combattere nemici invisibili è impossibile e abbattere il muro del silenzio rappresenta il primo passo per conquistare la libertà, partiremo proprio dalle presentazioni dell’HIV. L’HIV è un virus con un codice genetico a RNA, facente parte della famiglia dei Retrovirus e quindi in grado di retrotrascrivere il suo RNA in DNA da integrare al genoma delle cellule infettate, inducendole così a produrre più copie di particelle virali. In base alle conoscenze attuali esistono due ceppi di HIV: HIV-1, più virulento e diffuso a livello mondiale e HIV-2, associato a una sindrome clinicamente più moderata e più frequente in Africa occidentale e in Asia.

All’interno del corpo, l’HIV infetta cellule del sistema immunitario, in particolare i linfociti T helper, che aiutano il corpo a difendersi da infezioni batteriche e fungine. Nella prima fase dell’infezione da HIV si hanno sintomi simili all’influenza, ma generalmente non si è ancora in pericolo di vita. Tuttavia, per un periodo compreso tra pochi mesi e diversi anni, in cui la persona infettata può sembrare e sentirsi perfettamente sana, il virus continua a replicarsi e distruggere le cellule immunitarie. Quando la conta dei linfociti T si abbassa troppo, si raggiunge la fase di AIDS (Sindrome da Immunodeficienza Acquisita), un deficit immunitario conclamato connesso a un elevato rischio di attacco da parte di agenti patogeni mortali a cui, invece, un’adeguata difesa immunologica non lascerebbe certo libero accesso.

La buona notizia è che ci sono farmaci antiretrovirali (cosiddetti ARV) estremamente efficaci nel controllare i livelli replicativi di HIV ed evitare la progressione della malattia infettiva in AIDS. Gli ARV, infatti, consentono alle persone sieropositive di condurre uno stile di vita pressoché normale e di ridurre la trasmissione dell’infezione. Questi farmaci sono utili, se assunti sempre sotto la guida di una persona specializzata in infettivologia, anche come metodo di prevenzione in soggetti sieronegativi a rischio di contrarre la malattia, con un approccio di profilassi pre-esposizione o PrEP che impedisce al virus di radicarsi.

Tutto questo ci fa ben sperare nell’eradicazione dell’HIV, ma allora perché un mondo senza questa malattia sembra ancora impensabile?

«Grazie ai progressi della scienza i problemi da fronteggiare non sono tanto fisici quanto problemi di percezione sociale, di simboli e stigma», queste le parole di Jonathan Bazzi riportate nel suo articolo Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto, pubblicato su Gay.it. Lo scrittore di Febbre, romanzo candidato al Premio Strega nel 2020, parla pubblicamente della sua sieropositività tanto nel libro quanto sui social network e in varie piattaforme mediatiche, spiegando che in verità, quando si criminalizzano le persone che vivono con l’HIV, accusandole di chissà quale crimine, non si fa che alimentare la diffusione dell’infezione.

A peggiorare le cose si aggiunge il fatto di dover considerare l’incidenza di malattie sessualmente trasmissibili come direttamente proporzionale alle politiche ostili e alla mancanza di tutela legale verso l’omosessualità, vista fin da subito come un problema medico-sociale. Del resto, dopo che nel maggio del 1981 il bollettino epidemiologico del CDC (Centers for Disease Control and Prevention) di Atlanta segnalò i primi cinque casi di una polmonite atipica verificatasi in alcuni giovani di Los Angeles che avevano avuto rapporti omosessuali, l’epidemia da HIV venne immediatamente ribattezzata dai media «peste omosessuale», e questo ha di certo contribuito a rendere la malattia un tabù.

La pandemia da Covid-19 ci ha insegnato quanto sia fondamentale la prevenzione per fermare un contagio, quanto una diagnosi precoce possa fare la differenza e soprattutto quanto l’accesso alle cure sia un diritto inalienabile. Eppure, è l’approccio culturale al problema il principale fattore che limita l’accesso ai test di screening, su cui aleggia appunto una pericolosa atmosfera di diffidenza e paura. Questo impatta significativamente sulla salute pubblica perché, come vedremo nel prossimo articolo sul tema, l’HIV potrebbe toccarci con molta facilità anche se non lo abbiamo cercato direttamente.

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