instagram: la figura rappresenta una ragazza in occhiali da sole con l'icona di instagram che riflette nelle lenti.

A.A.A. vite autentiche cercasi: dalla realtà modificabile di Instagram alle ansie da social addicted

Instagram, il social newtorl più acclamato degli ultimi tempi, ma anche quello in cui non sempre mostra la realtà dei fatti. In che misura il modo in cui ci approcciamo alle piattaforme digitali influenza infatti le nostre decisioni? 

«Nella nostra epoca il mondo intorno a noi è tagliuzzato in frammenti scarsamente coordinati, mentre le nostre vite sono frammentate in episodi mal collegati fra loro»: sono le parole con cui Zygmunt Bauman, influente intellettuale del secondo Novecento ed emerito professore di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, nel suo libro Intervista sull’identità (Laterza, 2004), ci ricorda quanto sia precaria la nostra identità sessuale, politica, religiosa, nazionale o sociale. E, se per un attimo estendiamo il ragionamento anche alla virtualità, ci accorgeremo che il senso di appartenenza a una comunità digitale è negoziabile ancora più facilmente, tanto da farci arrogare il diritto di revocarlo; ci sarebbe quindi da chiedersi in che misura il modo in cui ci approcciamo ai social influenzi le nostre decisioni e quanto ci estraniamo dalle nostre esistenze basandoci su standard di vita irreali.

Il pensiero si dirige istintivamente a social network come l’implacabile Instagram, acquistato per un miliardo di dollari nel 2012 e che tuttora genera utili da capogiro. Eppure, più una macchina da guerra è potente e più provocherà danni: così, rispetto per esempio a Tik Tok o Snapchat, Instagram sembra essere la piattaforma in cui più viene esasperata la logica “del più figo”. Si ha l’impressione di annullare ogni apparenza di vita serena esistente al di fuori di un mondo virtuale, in cui l’intimità e la discrezione scompaiono e risulta difficile ritrovare valori come l’onestà e la verità, mentre si pensa a like e a visualizzazioni come alla dose necessaria di dopamina rivestita di gratificazione che è necessaria per validare ogni esperienza vissuta.

Ad aver scagliato un ulteriore missile contro l’app è stato il Wall Street Journal, venuto in possesso degli studi che Mark Zuckenberg aveva commissionato alla propria società a partire dal 2019 per valutarne l’impatto sulla salute mentale di ogni giovane utente, e i cui risultati non sono mai stati condivisi pubblicamente. La rivista riporta inoltre la dichiarazione della capa della politica pubblica di Instagram, Karina Newton, che dopo la richiesta del Congresso di condividere la ricerca interna ne aveva giustificato il rifiuto asserendo che non si trattava di uno studio conclusivo, e sottolineando che l’intento era quello di trovare un modo per indirizzare le persone verso contenuti di reale ispirazione, allontanandole dai post con dannose ripercussioni psicologiche.

L’inchiesta che mostra i documenti aziendali incriminanti è stata più che sufficiente per scatenare la risposta di una vasta comunità di haters, che incolpano Instagram dell’aumento del tasso di ansia e di depressione collettivo, tanto che, adesso che è stato aperto un vero e proprio vaso di Pandora, è riemersa la necessità di affrontare il problema anche dal punto di vista legislativo. Mentre la questione resta aperta sul piano psicologico, sociologico e giuridico, è impossibile non considerare che nel frattempo chi utilizza regolarmente un social come questo non dimostra abbastanza autocontrollo per distanziarsene: di fatto non vorremmo che certe app scompaiano dai nostri smartphone, e al massimo crediamo nella possibilità che si trasformino in strumenti migliori.

La domanda che tuttavia dovremmo porci è: si può realmente trovare una soluzione in tal senso, quando Instagram è stato concepito proprio per farci ammirare la vita perfetta e le soddisfazioni di una minoranza di personaggi-modello, che trasmettono costantemente una sensazione di successo e felicità? Continuerebbe ad avere la stessa risonanza e presa globale, se ne cambiassimo radicalmente l’approccio di utilizzo? Il suo seguito rimarrebbe invariato, se il suo meccanismo non si basasse più su delle immagini di apparenza?

Del resto, le Orazioni di Demostene ci insegnano che «È molto facile illudersi, perché ciascuno di noi considera possibile ciò che desidera», e la forza di Instagram consiste nello sfruttare al massimo questo aspetto, perfino al di là delle speranze che riponiamo nella sua rimodulazione e nelle nostre capacità di sviluppare più senso critico e istinto di autoconservazione…

 

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